Le rinuncie delle mamme

Le rinuncie delle mamme

Immagina di essere una professionista altamente qualificata.
Immagina di avere un lavoro che ti appassiona.
Immagina di guadagnare tanti soldi da poterti permettere il livello di vita che hai sempre sognato.
Immagina di sentirti rispettata e valorizzata.
Immagina di avere l’independenza economica che ti permetta rapporti salutari e liberi con gli altri adulti.
Lo stai immaginando? 
Adesso immagina di diventare mamma.
Immagina che le tue prospettive siano goderti le 16 settimane di maternità, per poi continuare la tua fiammante carriera in quanto puoi permetterti la miglior persona al mondo che si prenda cura del tuo bebè quando tu non ci sei.
Immagina che quel momento arrivi e di provare un miscuglio tra sollievo e tristezza. Sollievo perchè la maternità è più strapazzante del tuo lavoro di 10 ore tra squali d’impresa e del mondo del lavoro; e tristezza perchè in realtà non vorresti lasciare il tuo bebè con nessun’altro.
Immagina di essere nel tuo ufficio e di avvertire che in realtà non è quello che vorresti.
Immagina di decidere di rinunciare al tuo lavoro, al tuo status, alla tua autonomia per fare la mamma nel modo che tu liberamente decidi.
Immagina che passino i giorni, le settimane, i mesi, forse anche gli anni e di sentirti felice e soddisfatta per essere presente nella crescita dei tuoi figli, felice di sapere che stai investendo in qualcosa que nessuno altro possa dare loro. Felice perchè la tua testa, abituata ad analizzare tutto in modo molto razionale ed obiettivo, ti dice che sei indispensabile per i tuoi figli in questa fase del loro sviluppo.
Immagina che nonostante ciò, un’altra parte di te si senta stanca, esausta, aggressiva, suscettibile perchè la tua parte emotiva non si accontenta «dei vantaggi nel crescere direttamente i tuoi figli».
Immagina anni senza dormire ininterrottamente, senza una reale conversazione adulta, senza continue interruzioni quali «tetta»,»pipì», «prendimi in braccio», «non voglio», «voglio»…
Immagina che il tuo sostentamento non dipenda da te, bensì dal tuo compagno, o dai tuoi genitori, o dall’assitenza pubblica.
Immagina di accorgerti che intorno a te nessuno attribuisca valore a quello che fai, che tutti diano per scontato che sia un tuo dovere e niente più.
Immagina di volere il padre dei tuoi figli molto più presente durante la loro crescita e la risposta che ricevi quando affronti l’argomento sia: «io lavoro tutto il giorno per permetterti di giocare con i puppazzi!».

Immagina che ti classifichino come anti femminista, «pigra», «signora»,»hippy «, fondamentalista… Ti critichino per una cosa e per l’esatto contrario, perchè scegliere di fare la mamma non è ben visto in nessun ambiente tra quelli che prima frequentavi: sul lavoro, in polìtica, nella società, nemmeno nella tua famiglia….

Lo stai immaginando? 

Adesso immagina che in questo caos emotivo, fisico, sentimentale e sociale, ti giunga una proposta di lavoro.

Immagina che un cacciatore di teste abbia visionato il tuo profilo professionale e ti offra un lavoro. Addirittura migliore di quello che avevi lasciato.
Immagina che sentendo quanto guadagnerai, non puoi evitare di pensare al fatto che sono mesi che vesti capi acquistati nei  grandi magazzini, compri prodotti senza marca al supermercato, e che la cosa più simile ad una cena fuori è andare in un fast food con i bambini.
Immagina di sognare l’opportunità di riavere la tua vita, la tua autonomia, la tua libertà, la tua indipendenza, il tuo status, il tuo riconocimento, la tua «voce», dissoltisi ormai tra pianti e richieste dei bimbi.
Immagina di pensare a tutto ciò e di decidere che ancora non è il momento, che i tuoi figli sono ancora piccoli.
Puoi immaginare i sentimenti provati?
Puoi immaginare il senso di colpa che tutto ciò produce?
Colpa di desiderare di dire di sí a quell’offerta.
Colpa per sentirti triste nel dire di no.
Colpa perchè tutto ciò ti scuote, ti fa arrabiare, ti frustra e hai sfogato i tuoi sentimenti con 4 urla ai tuoi figli; e ciò ti fa pensare di essere un fiasco come mamma, o di essere una delusione per la crescita che desideri.
Colpa perchè alla fine è l’unica cosa che come donna abbiamo imparato: sentirci colpevoli di tutto, per tutto e per tutti.
Portiamo il carico più pesante della società, quello che nessuno riconosce, apprezza,  né tanto meno retribuisce.
Durante le campagne elettorali ci frustra vedere come nessuno sia interessato alla nostra condizione. Siamo stanche di vedere che l’unica opzione che ci offrono è quella di avere asili fin dalla nascita, o che il padre usufruisca di metà del periodo di maternità.
Come mamme stiamo frequentemente rinunciando: TUTTE.
Alcune rinunciano alla loro vita, altre ai loro figli.
Ci sono quelle che cercano di conciliare lavoro e figli, rinunciando ad avere tempo per loro stesse, o ad avere un’intimità con il loro compagno o con le loro amiche.
O semplicemente a dedicarsi al loro benessere facendo sport…che ne so.
L’unica cosa vera è che qualunque mamma tu conosca, lo è a patto di rinunciare a qualcosa.
La prossima volta che ti trovi con una mamma non la criticare.
Non le dire quello che deve o non deve fare.
Non la ignorare perchè sai che non potrà venire alla tua festa la sera, invitala comunque.
Non cadere in certezze e nemmeno in cliché.
Semplicemente dille:
«Sei molto coraggiosa, lo stai facendo molto bene e ti ammiro»
PS: Dedicato ad A. e a tutte le belle mamme che hanno deciso di vivere intensamente questo lungo, bello e a volte duro e solitario viaggio che è crescere i propri figli.  Ho imparato tanto di te,  di voi, che posso solo dirvi GRAZIE
Nohemí Hervada
Texto original en castellano: Las Renuncias de las Madres
Texto en inglés:  What mothers give up
Le rinuncie delle mamme

What mothers give up

Imagine you are a highly qualified professional.

Imagine you have a job you are passionate about.

Imagine you earn lots of money, which allows you to have the lifestyle you always dreamt of.
Imagine you feel you are respected and recognised.

Imagine you are financially independent, which means your relationships with other adults are free and healthy.

Can you imagine that?

Now, imagine you become a mother.

Imagine your plan is to enjoy those  weeks’ maternity leave, to then continue with your splendid career, since you can afford to pay the best person in the world to look after your baby while you are not around.

Imagine that moment arrives and you feel a mixture of relief and sadness. Relief, because you find maternity harder than your 10-hours-a-day job, surrounded by corporate and financial sharks. Then sadness, because you do not want to leave your baby with anybody else.

Imagine you are in your office and you feel that is not what you want to do.

Imagine you decide to give up your job, your status, your independence, so that you can be a mother in the way you freely choose to.

Imagine days, weeks and months go by, maybe even years, and you feel happy you are present in your children’s upbringing. Happy knowing you are investing in something nobody else can give them. Happy because your head, used to analysing everything in a cold and objective way, is telling you that you are indispensable for your children in this stage of their development.

Imagine that, despite all this, another side of you feels tired, exhausted, annoyed and susceptible, because for your emotional side, knowing the benefits of bringing up children is not enough.

Imagine you have not had a full night’s sleep in years, nor have you been able to hold an adult conversation without interruptions such as “Mummy I want booby”, “wee-wee”, “hold me”, “I don’t want”, “I want” …

Now imagine your income does not come from you, but from your partner, your parents, or a public welfare system.

Imagine you realise that nobody around you appreciates what you do. They take for granted it is your responsibility, and that is it.

Imagine you would love for your children’s father to get involved in their upbringing, and all you get when you talk about it is something like: “I work all day long so that you can stay home playing with dolls”.

Imagine you are criticised for being an anti-feminist, “slack”, “snobbish”, “a hippie”, a fundamentalist…  You are criticised for one thing and then for the right opposite too, because it seems that choosing to be a mother is not well looked upon in any environment you used to be a part of: in business, politics, society or your family…

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Can you imagine it?

Now imagine in that emotional, physical, anaemic and social chaos, you get a job offer.

Imagine some head-hunter has seen your professional profile and offers you a much better job than the one you gave up.

Imagine when you hear how much you will get paid, you cannot help but thinking about how many months you have been buying clothes in department stores, buying own-brand labels in the supermarket, and the closest you have had to eating out is going to a fast food restaurant with the kids.

Imagine you dream about that chance to regain your life, your autonomy, your freedom, your independence, your status, your recognition, your voice, which has become muffled by the children’s cries and demands.

Imagine you think about it and decide that it is not the time yet, that your children are still young.

Can you imagine the feelings you meet?

Can you imagine the sense of guilt this generates?

Feeling guilty for wanting to accept that offer

Feeling guilty for being sad when turning it down

Feeling guilty because this occurrence troubles you, it makes you angry and it frustrates you, and you have let it all out by shouting at your kids, which makes you feel you are a failure of a mother or a fraud to the upbringing you want to provide them with.

Feeling guilty because at the end of the day, that is all we have learnt as women: to feel guilty for everything, about everything and about everyone.

We carry the heaviest load of society, which nobody recognises, appreciates or remunerates. In times of electoral campaigns it is frustrating to see how nobody is interested in our situation. We are fed up of seeing that the only option available to us is to resort to nurseries since birth, or that the father requests half of the maternity leave.

Mothers Job

 

Mothers are constantly giving up: ALL OF US.

Some give up their lives, some others give up their children.

Some try to balance it all out and give up having time to themselves, having private time with their partners, spending time with their friends, or investing in their own health by exercising… who knows…

The truth is that any mother you know is so at the expense of giving up.

Next time you come across a mother please do not criticise her.

Do not tell her what she should do or how to do it.

Do not ignore her just because you know she will not be able to come to your evening party. Invite her along all the same.

Do not state the obvious or use set phrases.

Just tell her:

 

“You are very brave, you are doing very well and I admire you”.

PS: Dedicated to A. and all those beautiful mothers who have decided to live intensely this long, beautiful, and sometimes hard and lonely journey, which is bringing children up. I have learnt so much from you, from all of you, that all I can say is THANK YOU.

Greetings.
@NohemiHervada

Traducción del texto original en castellano «La renuncia de las Madres» de Nohemí Hervada, realizada por Becks13 @V3rsion13
Texto en italiano : Le renuncie delle mamme

Cómo reconocer a un maltratador

Cómo reconocer a un maltratador

Aunque el maltratador se vista de seda…
Desgraciado maltratador se queda.

Y  no habría mucho más que añadir.
Porque lo cierto es que estos individuos no llevan un cartel de neón en la frente.
Son personas «normales», vistas a distancia. Incluso de cerca, pueden ser verdaderos «encantadores».

¿Entonces cómo saber cómo son en realidad?

Algunos maltratadores van acumulando relaciones tóxicas precisamente porque van embaucando a una tras otra de sus víctimas. Según estas van dándose cuenta del tipo de elemento que es en realidad, si rompen con él, a pesar del número dramático que montará intentando que creas que no puede vivir sin ti y que incluso piensa en quitarse la vida,  lo cierto es que estos seres solo se quieren a sí mismos, así que no, no lo hará. No solo no se va a suicidar ni va a morirse de pena, sino que si de verdad cortas todos los lazos con él, buscará otra. Y no tardará en hallarla.  Porque en realidad lo que buscan es un recipiente de sus obsesiones y sus fantasías enfermizas. Da igual cómo seas. Lo que le interesa es conquistarte, tenerte y controlarte. Son psicópatas buscando hacer realidad sus fantasías. No te engañes, no te quiere. Son incapaces de albergar amor porque no entienden ese concepto de aceptación, respeto y tolerancia necesarios para amar.

¿Por qué tienen éxito?

Un maltratador es un  experto en halagar, en piropear exactamente del modo que a ti más te guste: será romántico y detallista como el que más, desprendido  en regalarte cosas que de verdad tengan un significado especia para ti. Creerás con esto que te escucha hasta el mínimo detalle para saber qué te gusta, cuando en realidad lo que hace es espiarte y estudiarte como en un juego de estrategia. Recuerda que para él eres un objetivo.
Cumplirá tus deseos y sueños (hasta los más oscuros si es que has cometido la imprudencia de compartirlos con él), se esforzará mucho en que todo el mundo sepa que estás con él.

Porque para él eres un trofeo.
Le importas realmente NADA.
Pero eres su objetivo, su meta y lo que le genera placer es controlarte y tenerte… y por supuesto exhibirte.
Eso sí, no tolerará que te exhibas tú.

Este tipo de maltratadores psicológicos suelen ser extremadamente moralistas. Aunque por otro lado, tras esa apariencia de reputación intachable, se esconde un depravado. Te sorprendería cómo pueden ofenderse porque consideran inmoral que quieras tener una relación esporádica con él si ser su «prometida» , o que publiques fotos para él «vergonzosas», pero  luego te mande fotos que avergonzarían a la mayoría de tus contactos. O te pidan ir al límite o más allá de lo «aceptable» en el sexo. Así son.
Tras esa fachada de beatitud y moralidad solo hay un ser oscuro y podrido.
El problema de estos maltratadores es que confunden su fantasía de control y sumisión con la vida real. Y creen que la mujer que desean es suya, así con todas las letras: su posesión. Y entonces todo ese «amor», que no es sino obsesión, se transforma en odio visceral. Y entonces es cuando  sacan lo que de verdad son:

Seres despreciables y malignos que destilan odio por ti, por tu entorno y/o por todo lo que hagas.

Imagen de "El Retrato de Dorian Grey" de Oscar Wilde

Imagen de «El Retrato de Dorian Grey» de Oscar Wilde

 

Te odiará porque no te tiene, y odiará todo lo que eres y representas. Y toda la energía que dedicó a «adularte» ahora la enfocará a criticarte, a denigrarte y a hundirte (bueno, a intentarlo, porque realmente no tienen poder sobre ti).
Usarán tus secretos y confidencias para hacerte daño. Aquello que un día le confiaste en intimidad se convertirá en sus manos en un arma con la que apuñalarte. No tengas miedo. Nada hay peor que estar con un ser así de repulsivo, así que, haga lo que haga, diga lo que diga, es para bien si está lejos de ti.

Cuando empieces a ver cómo es y le digas «NO» a alguno de sus intentos por controlarte empezarás a ver su verdadero rostro. Violencia en forma de chantaje emocional o chantaje directo. Adjetivos con los que pretende denigrarte: zorra, puta, inmoral, poco profesional… Y todo esto mientras sigue jurando que te ama. Totalmente esquizofrénico para cualquiera menos para él, que ve normal decirte en la misma frase: «Eres una puta, eres despreciable y te amo»
Cuando de verdad vea que no consigue retenerte su odio crecerá e irá más allá que increparte a ti por privado. Lo hará de forma pública. Alguno hasta se convertirá en experto en hablar contra ti o contra tu trabajo. Igual hasta va a la Tv o da conferencias en un intento patético de seguir vinculado a ti.
Recuerda:

Lo que se hace movido por el odio, es odioso, como él, como ellos.

Y creerá que te hace daño, cuando ese comportamiento es autodestructivo para sí mismo.
Y con el tiempo estará con otra, y la exhibirá como suya. Seguramente con un lenguaje verbal y corporal que delaten ese afán de posesión.
Y tú pensarás:
-«Pobrecilla. Ojalá se dé cuenta pronto de cómo es de verdad, antes de que le haga más daño».

Y mientras, seguirá con su vida y su deseo de aparentar cualidades que en el fondo no tiene: profesionalidad, bondad, éxito…

En el fondo todos los maltratadores narcisistas son seres acomplejados.
No saben querer porque nadie los quiere,
así que necesitan encontrar reconocimiento de algún modo.

Intentarán hacer cosas «vistosas» y muy mediáticas para tener un auditorio que le aplauda. Seguramente les veas haciendo «obras  de caridad», tipo banco de alimentos o similares. Da igual. Da igual lo que hagan, cómo se vistan, cuántos cargos acumulen, o cuántas conferencias den…

Porque nosotras sabemos lo que son, sabemos cómo son y sabemos lo que hacen.
Y sabemos que por mucho que adornen su CV son lo que son:
Maltratadores y Psicópatas en potencia

Y hablo con conocimiento de causa, porque yo he estado con uno. Y querida amiga, tú que sonríes en esa foto como sonreí yo un día, ojalá te des cuenta pronto de la verdad, ojalá alguien te avise de eso que aún no ves y salgas corriendo de ahí. Ojalá.

EMPODÉRATE- NOHEMÍ HERVADA

Le rinuncie delle mamme

Las renuncias de las madres

Maternidad · Sin filtros

Las renuncias de las madres.

Cualquier madre que conozcas lo es a costa de renunciar.

Las renuncias de las madres: Nohemí Hervada mirando al mar al atardecer
Imagina que eres una profesional altamente cualificada.
Imagina que tienes un trabajo que te apasiona.
Imagina que ganas mucho dinero que te permite tener el nivel de vida que soñabas.
Imagina que sientes que eres respetada y valorada.
Imagina que tienes independencia económica que repercute en que tus relaciones con el resto de adultos sean sanas y libres.

¿Lo imaginas?

Primera parte

Ahora imagina que te conviertes en madre

Imagina que tus expectativas son disfrutar de esas 16 semanas de baja y luego seguir con tu flamante carrera, porque puedes permitirte pagar a la mejor persona del mundo para que cuide a tu bebé mientras tú no estás.
Imagina que llega ese momento y sientes una mezcla entre alivio y tristeza. Alivio porque la maternidad te resulta más agotadora que tu trabajo de 10 horas entre tiburones empresariales y económicos, y tristeza porque en el fondo no quieres dejar a tu bebé con nadie.
Imagina que estás en tu despacho y sientes que eso no es lo que quieres hacer.
Imagina que decides renunciar a tu trabajo, a tu estatus, a tu independencia, por ejercer de madre del modo que tú libremente escoges.
Imagina que pasan los días y las semanas y los meses, quizás los años, y te sientes feliz de hacerte presente en la crianza de tus hijos, feliz de saber que estás invirtiendo en algo que nadie más puede darles, feliz porque tu cabeza, acostumbrada a analizarlo todo fría y objetivamente, te dice que tú eres indispensable para tus hijos en esta etapa de su desarrollo.
Imagina que a pesar de eso, otra parte de ti se siente cansada, exhausta, molesta y susceptible, porque tu parte emocional no se contenta con saber "los beneficios de criar a los hijos".
Imagina que llevas años sin dormir seguido, sin mantener una conversación adulta sin interrupciones de "teta", "pis", "cógeme", "no quiero", "quiero"…
Imagina que ahora tu economía no depende de ti, sino de tu pareja, o de tus padres, o de un sistema público.
Imagina que te das cuenta de que a tu alrededor nadie valora lo que haces, que se da por sentado que es tu obligación y punto.
Imagina que te gustaría que el padre de tus hijos se implicara en su crianza y lo que recibes al hablar del tema es un: "yo me paso el día trabajando para que tú puedas quedarte en casa a jugar a las muñecas".
Imagina que te critican por antifeminista, por "floja", por "señorona", por "hippie", por fundamentalista… Te critican por una cosa y por la contraria, porque al parecer decidir ejercer de madre no está bien visto en ningún sector de los que antes frecuentabas: ni en los negocios, ni en la política, ni en la sociedad, ni en tu familia…

¿Lo imaginas?

Segunda parte

Ahora imagina una propuesta

Imagina que en ese caos emocional, físico, anímico y social, recibes una propuesta de trabajo.
Imagina que un headhunter ha visto tu perfil profesional y te ofrece un trabajo mucho mejor que el anterior que dejaste.
Imagina que al oír la cifra de lo que vas a cobrar no puedes evitar pensar que llevas meses vistiendo ropa comprada en grandes almacenes, comprando marcas blancas en el súper, y que lo más parecido a cenar fuera es ir a un restaurante de comida rápida con los niños.
Imagina que sueñas con esa posibilidad de recuperar tu vida, tu autonomía, tu libertad, tu independencia, tu estatus, tu reconocimiento, tu "voz", que se ha diluido entre los llantos y demandas de los pequeños.
Imagina que lo piensas y decides que todavía no es el momento, que tus hijos son pequeños aún.

¿Puedes imaginar los sentimientos encontrados?

¿Puedes imaginar el sentimiento de culpa que esto genera?

La culpa

Culpables de todo

Culpa por desear decir que sí a esa oferta.

Culpa por sentirse triste al decir que no.

Culpa porque este suceso te revuelve y te enfada y te frustra, y lo has pagado pegando cuatro gritos a tus hijos, lo que te hace creer que eres un fracaso de madre o un fraude a la crianza que quieres.

Culpa porque, al fin y al cabo, es lo único que hemos aprendido como mujeres: a sentirnos culpables de todo, por todo y por todos.

Llevamos la carga más pesada de la sociedad, la que nadie reconoce, ni valora, ni remunera.

En época de campañas electorales nos frustra ver cómo nadie está interesado en nuestra situación. Hartas de ver que la única opción que se nos plantea es tener guarderías desde el nacimiento, o que el padre coja la mitad del permiso de maternidad.

Las madres estamos constantemente renunciando: TODAS.

Unas renuncian a su vida y otras a sus hijos.

Algunas intentan compaginarlo todo y renuncian a tener tiempo para ellas, o a tener tiempo de intimidad con su pareja, o con sus amigas, o a invertir en su salud haciendo deporte… qué sé yo.

Lo cierto es que cualquier madre que conozcas lo es a costa de renunciar.

Para terminar

La próxima vez que te encuentres con una madre

Por favor, no la critiques.

No le digas lo que tiene que hacer o cómo.

No la ignores solo porque sabes que no va a poder ir a tu fiesta nocturna: invítala igual.

No caigas en obviedades y frases hechas.

Sencillamente, dile:

"Eres muy valiente, lo estás haciendo muy bien y te admiro".

P. D.: Dedicado a A. y a todas las preciosas madres que han decidido vivir intensamente este largo, precioso y a veces duro y solitario viaje que es el de criar hijos. He aprendido tanto de ti, de vosotras, que solo puedo deciros GRACIAS.

— Nohemí Hervada

Las renuncias de las madres · © 2015 Nohemí Hervada Palou · Registrado en Safe Creative. Si te gustó, compártelo desde su enlace original. Di #NOalPLAGIO.
Sígueme en X: @Do_Re_Mi_33.
Este artículo está incluido en mi libro La maternidad sin tabúes.
Léelo en inglés: What mothers give up · En italiano: Le rinuncie delle mamme

Sigue leyendo Vender el alma por un abrazo. La niña que fuimos, el abrazo que no tuvimos y por qué, aun así, elegimos dar el que nos faltó. Leer el artículo →

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El que canta su mal espanta

El que canta su mal espanta

¿Alguna vez habéis tenido un día de esos horribles?

¿De esos que no quieres ni que te pregunten cómo estás?

¿Días en los que intentas disimular con pintalabios y tacones  la tristeza?

Yo hoy tenía uno de esos días.
Y el cuerpo me pedía quedarme en casa en pijama y desconectar del mundo. Pero tenía un compromiso, y no me gusta fallar ni en el plano profesional ni en el personal, y  la cita era con personas a las que me unen las 2 cosas.
Hoy se celebraba el I Aniversario de Espacio Vida,  y estaba invitada a participar haciendo un Círculo de Mujeres, así que allí fui.

Justo a la hora de mi participación empezó a llover, con lo que los planes se trastocaron un poco, pero decidí quedarme. A pesar de mi mal día, de las lágrimas al abrazar a algunas personas.

Ya sabéis que hay ciertos mecanismos que nos abren las compuertas emocionales:

  • -un «¿cómo estás?» sincero
  • -una mirada a los ojos de quienes te conocen
  • -un abrazo

Y yo hoy tuve de todo. Y lloré a ratos, como habría llorado en mi casa. Con una gran diferencia: no estaba sola.
Cuando estamos tristes tendemos a aislarnos, y es lo peor que podemos hacer.

 

Recuérdalo siempre, cuantas menos ganas tengas de ver gente,
más necesitas salir y rodearte de quienes te aprecian.

Hoy estuve cantando. A pesar del gris del cielo y de mi corazón, si estás oyendo a Arístides Moreno hablar de la vida, de la suerte que tenemos, de la empatía, de felicidad… si le oyes cantar y cantas con él, cambias.
Recordó él que cuando un grupo de personas se junta a hacer algo vibran en la misma frecuencia y hoy un grupo de personas cantamos juntas a la felicidad y al amor, y sonreímos. Y nos dimos cuenta que como él dice, si cambiamos nosotros, cambia el mundo

Cantar no hace desaparecer la causa de la tristeza, pero puede hacerte cambiar la emoción en el momento. Te saca de tu agujero negro de egocentrismo para mirar con más amplitud y más verdad.

Tenemos muchísimas razones para ser felices y frecuentemente nos dejamos absorber por las cosas negativas. Es cuestión de decidir, como casi todo en la vida.

Es cierto que las emociones negativas no debemos obviarlas. Para sobreponernos a la tristeza, tenemos que completar el ciclo,  aceptarla, darle su lugar, vivirla y dejarla ir. Pero eso es una cosa y otra recrearse en el dolor. Así que ante la tentación de regodearnos en nuestra pena, ya sabéis: cantad.

Para remate del día, Lola Cordero, nos ofreció un rato de baile que viví como un regalo del cielo.
Permitirse mover el cuerpo, disfrutar, mirar a los ojos a otra persona mientras sientes que el ritmo te lleva como quiere… bailar en círculo sintiendo la música, y las palabras…
Esa es una de las mejores terapias que conozco contra la tristeza.
Imaginadnos en una azotea, con bastante frío, amenazando lluvia, pero bailando al ritmo de estas canciones:

Y mientras cantaba:

«Todo aquel que piense que esta solo y que esta mal, 
tiene que saber que no es así, 
que en la vida no hay nadie solo, siempre hay alguien.»

Miraba a mi alrededor y pensaba que es cierto: «a veces me siento sola, pero no estoy sola».
Y si acabas el rato de baile con esta canción, te ves olvidando tu día de mierda, que llevas con tacones desde las 11 de la mañana, que no has dormido nada la noche anterior, que te equivocaste de fecha al sacar unos billetes de avión,  que tu escapada romántica ya no va a ser y que al final del día, cuando se duerman tus hijos estarás sola…
Porque mis hijos ya duermen y yo no estoy sola: Estoy escribiendo para ti.

Voy a reír, voy a bailar 
Vivir mi vida lalalalá 
Voy a reír, voy a gozar 
Vivir mi vida lalalalá 

Voy a reír (eeso!), voy a bailar 
Vivir mi vida lalalalá 
Voy a reír, voy a gozar 
Vivir mi vida lalalalá 

A veces llega la lluvia 
Para limpiar las heridas 
A veces solo una gota 
Puede vencer la sequía 

Y para qué llorar, pa’ qué 
Si duele una pena, se olvida 
Y para qué sufrir, pa’ qué 
Si así es la vida, hay que vivirla 
Lalalé 

Voy a reír, voy a bailar 
Vivir mi vida lalalalá 
Voy a reír, voy a gozar 
Vivir mi vida lalalalá 

Eeeso! 

Voy ha vivir el momento 
Para entender el destino 
Voy a escuchar en silencio 
Para encontrar el camino 

Y para qué llorar, pa’ qué 
Si duele una pena, se olvida 
Y para qué sufrír, pa’ qué 
Si duele una pena, se olvida 
Lalalé 

Voy a reír, voy a bailar 
Vivir mi vida lalalalá 
Voy a reír, voy a gozar 
Vivir mi vida lalalalá 

Mi gente! 
Toooma! 

Voy a reír, voy a bailar 
Pa’ qué llorar, pa’ que sufrir 
Empieza a soñar, a reír 
Voy a reír (ohoo!), voy a bailar 
Siente y baila y goza 
Que la vida es una sola 
Voy a reír, voy a bailar 
Vive, sigue 
Siempre pa’lante 
No mires pa’trás 
Eeeso! 
Mi gente 
La vida es una haha 

Voy a reír, voy a bailar 
Vivir mi vida lalalalá 
Voy a reír, voy a gozar 
Vivir mi vida lalalalá

Todo lo que aprendí de los ciclistas

Todo lo que aprendí de los ciclistas

Cada vez veo más paralelismos entre la bici y la  vida.

Hace unos meses escribí este post:
5 Cosas que aprendí de un ciclista.

Pero desde entonces he aprendido mucho más. Valiosas lecciones de vida. Me gustaría compartirlas con vosotros:

  • Hay ciclistas que están hechos para trabajar en solitario
  • Otros se sienten mejor trabajando en un equipo.
  • Hay ciclistas de largo recorrido, hechos para aguantar horas y horas, saben dosificar sus fuerzas y no quemar sus cartuchos en  la salida.
  • Hay ciclistas especialistas  en  contrarreloj. Son muy veloces, mucho, los que más, pero nadie mantiene tanta velocidad tanto tiempo, así que no suelen ser buenos para pruebas largas.
  • Sólo algunos privilegiados aúnan velocidad y resistencia.
  • Hay líderes que lo son por algo más que porque les designe el equipo, que se ganan el reconocimiento moral de sus compañeros, y lo consiguen con trabajo y humildad.
  • Hay ciclistas que se dejan el aliento trabajando para que gane su equipo, aunque sepan que ellos nunca llevarán el maillot amarillo. Que sus nombres no pasarán a la historia. Nadie entiende de sacrifico y compañerismo como ellos.

    .

Fudenas 2014

  • Los ciclistas saben que a veces tu contrincante es  tu compañero, aquél que te hace llegar a la meta.
  • Los ciclistas saben que la suerte es un compañero extraño en la carrera, a veces te acompaña, a veces no.
  • Los ciclistas saben que hay amores que matan y que a veces, esos que les jalean para animarles, pueden aun sin querer, derribarles.
  • Los ciclistas saben que por mucho apoyo que tengan alrededor, el esfuerzo y el sudor es suyo. Nadie corre por ellos.
  • Los ciclistas saben que los desafíos más difíciles, cuando se consiguen son los que más recuerdan y valoran.
  • Los ciclistas saben que a veces el corazón empuja cuando las piernas ya no tienen fuerzas.
  • Los ciclistas saben que la carrera acaba al cruzar la meta, no antes. Nunca dan por ganada una carrera antes de tiempo…ni por perdida.
  • Los ciclistas saben que nada hay comparable a que te esperen en la Meta.

 

 

 ¡Gracias por enseñarme a ser mejor emprendedora, mejor trabajadora en equipo, mejor líder y mejor persona!

emprende en femenino.- nohemi hervada

Cuando te miras qué ves

Cuando te miras qué ves

Ser mujer parece que va inexorablemente unido a estar a disgusto en nuestra piel. Tanto es así que hay toda una industria multimillonaria creada para vendernos la ilusión de cambiarnos y llegar a gustarnos. Es una realidad que en la mayoría de los casos ese disgusto obedece a un falso concepto sobre nosotras mismas, alimentado con expectativas irreales.
En ese caldo de cultivo ser madre y entregarse al cuidado de nuestras criaturas ha resultado para muchas mujeres un bálsamo donde por fin han encontrado la paz con su cuerpo. Otras, sin embargo, experimentan precisamente por esa entrega que se requiere, una aversión a todo lo que implique el contacto estrecho con el bebé.
Si además añadimos que la maternidad se suele vivir en nuestra sociedad como un estigma, con mujeres que pasan de ser libres, triunfadoras, independientes, valoradas, a miembros de un grupo desfavorecido y apartado  socialmente del resto, es frecuente que para muchas mujeres, pasada la etapa inicial de vuelco en el bebé empiece una etapa complicada de reencontrar, o de encontrar, a la mujer dentro de la madre.
Algunas mujeres descubren su parte más femenina justo después de haber sido madres. Y se sorprenden descubriendo facetas en ellas mismas totalmente desconocidas. Como diría Jean Shinoda pasan del arquetipo Hera o Atenea al de Afrodita.
Todos estos cambios son difíciles de digerir cuando además hay un bebé o niño del que muchas veces somos únicas cuidadoras la mayor parte del tiempo.
Nos volcamos en nuestros hijos, lo hemos decidido así, nos llena ese papel, pero a veces nos sentimos como difuminadas, desdibujadas, lo que se ha dado en llamar «No salir en la foto».
Guardamos y atesoramos testimonio de cada etapa del crecimiento de nuestros hijos y no olvidamos que ellos son los protagonistas de su historia, pero sí olvidamos que nosotras hemos de serlo de la nuestra.
No extraña comprobar la profunda crisis que experimentan muchas mujeres cuando han pasado los años y se dan cuenta que lo único que hacían era orbitar alrededor de sus hijos.
En EL Concepto del Continuum, su autora Jean Liedloff , explica que esta no es la forma lógica de criar hijos. Ellos vienen preparados para aprender de la vida de los adultos. Vidas ricas, llenas de quehaceres interesantes y con propósito. Atendiendo a los hijos, pero no desatendiéndose a sí mismos.

Cuando un adulto, principalmente la madre, deja toda su vida para dedicarse a contemplar a su hijo, las implicaciones emocionales para ese bebé son enormes. Y el mensaje intrínseco que recibe es que su madre no tiene nada interesante que aportar a su aprendizaje.
No podemos criar hijos con buena autoestima si no reciben el mensaje real de que sus padres, principalmente su madre por la gran influencia de esta figura en la primera etapa de vida de los bebes,  tiene buena autoestima.
Si nuestro álbum de fotos familiar está lleno de fotos en las que no salimos… algo pasa.
Te propongo algo: Dedícate unos minutos a mirarte frente al espejo y dime…

«Cuando te miras ¿qué ves?»

Este domingo 25 de Enero si estás en Las Palmas de Gran Canaria te propongo un círculo de reflexión sobre este tema.
Dentro del marco de actividades del 1º Aniversario de Espacio Vida.
¿Te apuntas?

Aniversario Espacio Vida

Personal branding

Personal branding

Cada vez oímos más el término «Personal Branding» o lo que es lo mismo, la marca personal.
Una marca personal es algo más que una marca comercial de un producto o un servicio.
En el año 1997 Tom Peters publicaba «The Brand Called You  donde proponía cosas como esta:

“Las grandes compañías entienden la importancia de las marcas.
Hoy, en la Era de las Personas, tú debes ser tu propia marca.
”

Algunas personas creen que como su marca no lleva su nombre esto no les afecta, pero ¿es así?

Evidentemente este blog que lleva mi nombre personal es mi marca, pero los otros («Mimos y Teta« y «Asesoras Continuum«)  aunque no lo parezca de forma tan evidente también. De ese modo, la forma en que yo gestiono mis otras marcas tienen impacto en mi marca personal y al revés.

Si en mi trato y mi forma de relacionarme soy una persona deshonesta, poco limpia, maleducada, desagradable, prepotente o soberbia, tarde o temprano, por mucho que crea que cuido mi marca, eso se trasladará al cliente.

En el mundo de la comunicación, en la era de internet donde publicas algo y ya no sabes hasta dónde llegará es más importante que nunca cuidar nuestras comunicaciones y nuestras acciones.

Presumir de unas características en nuestra empresa y luego adolecer de ellas en el trato personal ya no sirve. EL cliente no es tonto, y la mala publicidad tarde o temprano alcanzará nuestra marca

Los empresarios empleamos mucho dinero y esfuerzo en crear, mantener y proteger nuestra marca. En posicionarla, que se conozca y se reconozca. En que sea líder en su sector, que sea un referente de esos atributos que la gente espera recibir cuando contactan con nosotros. Si nosotros, sus propietarios, aunque sea amparados en nuestro nombre propio no tan expuesto, no estamos a la altura de eso que prometemos, somos un fraude.
Los clientes hoy cada vez quieren, queremos, más honestidad y transparencia en las empresas en las que gastamos nuestro dinero. Buscamos un Eco-Valor o ese plus de  valores de la marca que compartimos. Y en el lado opuesto, cada vez somos más dados a boicotear marcas porque no nos gusta su «política» o su trato.

Yo, por ejemplo, no consumo bajo ningún concepto Nestlé, y como esa, otras cuantas.
En el mundo de la crianza, donde aparentemente todos hablamos de respeto, no somos menos exigentes.

Las madres, responsables de las compras del hogar mayoritariamente, no sólo escogemos un producto, artículo os servicio por el precio. Hablamos entre nosotras, preguntamos, queremos saber si estamos invirtiendo en un buen producto y en una buena empresa o en todo lo contrario. Las familias que optan por una crianza mal llamada «natural» suelen  estar muy conectadas a través de grupos, redes sociales  y/o foros y dan o piden recomendaciones o advertencias de según qué productos, marcas o empresas.
Por eso mismo, el mejor consejo de marketing para el mundo de hoy, seas una marca comercial o una marca personal es:

«SÉ UNA BUENA PERSONA»
Porque nadie quiere trabajar con mala gente… salvo la mala gente

Si nuestra política no es fidelizar a los clientes, sino espantarlos, confiando en que siempre tendremos clientes nuevos, que aún no nos conocen, ni a nosotros ni nuestra forma de trabajar, llegará un día en que tengamos más detractores que apóstoles de nuestra marca. Y eso, a la larga se paga caro.

Y si llega el día que la gente al oír nuestra marca lo que emite es un gesto de rechazo… entonces quizás es tarde… Muchas grandes empresas no se sobrepusieron a la mala publicidad y desaparecieron, así que no está de más  pararnos  a pensar y preguntarnos:

¿Vigilo tanto mi reputación como mi marca?

Te regalo esta clase de Emprende en Femenino que ofrecí en mi página de Facebook.
(Al cabo de unos segundos se oye sin problema)

Si quieres escuchar la clase Magistral que ofrecí sobre la Gestión de Quejas y trato al cliente o acceder al curso completo contacta conmigo
nohemihervada@gmail.com

master class emprende en femenino

Cómo ser profesional sin dejar de ser femenina

Cómo ser profesional sin dejar de ser femenina

Hubo un tiempo en que las mujeres de éxito en el mundo de los negocios, o de otros ámbitos de influencia  eran de todo menos femeninas.
El look Margaret Thatcher, marcó a una generación de mujeres con la idea de que para tener responsabilidad había que imitar las características masculinas.
Todos reconocemos aún ese «estilo» en algunas mujeres con gran influencia política o económica.
Del propio sector de las mujeres que luchaban por la igualdad también se apreciaba a veces  un alejamiento voluntario de la imagen de mujer femenina.

antes y después de algunas políticasEl estereotipo de «las guapas no son listas» sigue vigente para muchas personas aún hoy aunque sí vemos como cada vez más mujeres con puestos de poder e influencia se preocupan por cuidar su imagen y resultar atractivas.
Las mujeres de la política  o los medios de comunicación han cambiado mucho en los últimos 10 o 15 años. No es algo casual. Muchas de estas personas han cambiado tras contratar asesores de imagen y/o estilo.  Esos cambios para resultar más atractivos y atractivas tienen influencia en cómo son vistos, y en consecuencia en la confianza que la gente deposita en ellos.  Es lo que se llama El efecto Halo.

La Belleza no es una frivolidad

Ahora sabemos que la belleza no es algo frívolo. El ser humano está diseñado para apreciar la belleza y para buscarla y querer rodearse de ella.

Al parecer nuestros antepasados sabían que la belleza era sinónimo de salud y la fealdad era síntoma de algún problema o enfermedad por lo que biológicamente buscamos rasgos armónicos que nos garantizan en mayor medida la posibilidad de tener descendencia. (Recordemos que biológicamente nuestro papel en la vida es reproducirnos). Os recomiendo ver el programa La Ciencia de la Belleza si queréis ahondar en este tema.

En este contexto, las mujeres sobre todo, nos vemos sometidas a corrientes a veces contradictorias. Por un lado el estereotipo que dice que preocuparse de la imagen revela poca profesionalidad, como si lo realmente importante de una persona fuera solo el interior, y por otro lado saber que nuestro interior se ve condicionado por nuestro exterior y viceversa.

Una persona que se gusta a sí misma se siente más segura y por tanto suelo tener más éxito en lo que afronta, y por el contrario, una persona que no se gusta a sí misma o con una imagen descuidada proyecta una imagen de inseguridad que  le afecta en su propia capacidad y que actúa como repelente para los demás. 

Nadie en su sano juicio desatendería un campo de actuación que tiene tantísima influencia en su vida y en sus relaciones con los demás. A veces negarse a prestar atención a la propia imagen solo esconde prejuicios y/o inseguridades propias.

Haríamos bien en preguntarnos:

¿Me preocupo por la apariencia de mi hogar?
¿Me preocupo por adornar el lugar donde trabajo y hacerlo acogedor?
¿Me gusta que mi familia vaya bien arreglada?
¿Y yo?
?Merezco yo menos atención que mi casa o mi oficina?

El primer paso para vencer un prejuicio es reconocerlo y el segundo resolverse a cambiar.

Tenemos que  entender que ser femenina no es algo que tengamos que esconder o negar. Somos femeninas, porque somos mujeres. Aceptar que es parte de nuestra condición, de lo que somos y que es fabuloso.
En cierto sentido somos diosas. Nuestras características de mujer hacen posible la vida, así que en vez de esconder lo que somos o intentar parecernos al otro sexo, sintamos orgullo de nuestra condición.

Cuando nuestra actitud hacia lo que es ser mujer es buena, nuestro lenguaje corporal transmitirá aceptación y seguridad. Todo lo que hagamos tendrá una impronta de verdad, porque no estaremos disimulando lo que somos o intentado aparentar lo que no somos.

 Pero ¿cómo ser profesional y femenina a la vez?

Somos seres sexuales por naturaleza. Eso es una realidad.
Es cierto que gran parte del arreglo puede resultar en acentuar los atributos sexuales.  Y está comprobado que los hombres reaccionan ante la imagen de una mujer guapa de forma distinta a cómo reaccionamos las mujeres ante imágenes de hombres atractivos. Hablando en un lenguaje sencillo: a los hombres les distrae la visión de una mujer atractiva.
Eso explica por qué la mayoría  de guías de consejos para ser una buena profesional recomiendan para el  trabajo ir discreta, no usar ropa demasiado corta o escotes pronunciados, que se prefiera el pelo recogido a las melenas sueltas, zapatos de medio tacón, uñas no demasiado largas y complementos discretos.

crea tu marca personal

Eso no significa que si eres mujer profesional lo seas menos si optas por no ir con un traje sastre, o llevar la melena suelta. Lo que significa es que a la hora de relacionarte con otros entiendas que la imagen que escoges tendrá un impacto en los demás. De ese modo algunas mujeres en determinados ámbitos, prefieren analizar el modo en el que se arreglan para controlar el impacto que su imagen provoca  y que éste sea positivo y sirva para cumplir los objetivos que se han marcado.

Esto lo hacemos todos consciente o incosncientemente. Si vas a una barbacoa al campo no se te ocurre ir con un traje de noche y tacones. Del mismo modo que si te invitan a una boda no vas  con vaqueros y zapatillas.

Nuestra libertad de vestir y arreglarnos como queramos la limitamos voluntariamente dependiendo de la actividad que vamos a realizar y el ambiente donde la vamos a desenvolver.

Yo que hago talleres con grupos diversos no me arreglo igual si es un grupo de padres en un barrio residencial, en una zona más desfavorecida socialmente, en un ámbito rural o si es entre profesionales médicos. Incluso miro si el taller se va a presentar en una sala con sillas o en el suelo con colchonetas.

No es dejar de ser una misma, es ser inteligente y adaptarse al medio.

Si eres una mujer profesional, mi primer consejo es que te gustes. Y el segundo,  que actúes con inteligencia y que tu imagen, la que escojas en cada momento sirva para añadir valor a tu trabajo, nunca a restárselo.
Sobre colores y tamaños de faldas, tacones y uñas no te voy a hablar, porque estoy convencida que si eres inteligente tú sabrás escoger lo adecuado en cada ocasión. 😉

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Si te gustó compártelo  o envíalo a tus contactos y si quieres saber más sobre este tema no te pierdas mi taller on line Sácate Partido.
Desde cualquier lugar, cuando tú quieras, tantas veces como quieras,  accede al taller grabado de 3 horas y media de reflexión sobre estos temas y tips prácticos para conseguir que tu imagen refleje lo que deseas. Además te incluiré en un grupo privado de Facebook donde comentar y compartir recursos.

sácate partido
Si quieres regalarte el taller pincha aquí

Entrevista de ING a  Nohemí Hervada

Entrevista de ING a Nohemí Hervada

En este enlace podéis ver la publicación de ING sobre Asesoras Continuum, una de las 2 empresas ganadora de Negocios #Después. Y aquí tenéis la mini entrevsita.
Compartid si os gusta nuestro trabajo. Y no olvidéis que somos Asesoras formadas para ayudar a las familias. Contacta con nosotras o haz un regalo original y práctico y regala una consulta a esos padres que acaban de tener un bebé.

Curso para emprendedoras

Curso para emprendedoras

Entrevista a Nohemí Hervada  en Radio Ecca

Entrevista a Nohemí Hervada en Radio Ecca

Esta mañana me ha entrevistado Victoria Caro en Radio Ecca para hablar de Asesoras Continuum y del premio de ING DIRECT que gané con mi emprendimiento.
Aquí tenéis el Podcast por si os apetece oírlo

Gracias a Victoria y a Radio Ecca por hacerse eco de esta noticia. Si algo compartimos es la labor de difusión a través de las ondas <3

Mi Negocio  es Después

Mi Negocio es Después

Pues sí: Afirmo «Mi Negocio es DESPUÉS»
Mi Proyecto Estrella: Asesoras Continuum, ha resultado ganador del concurso de ING DIRECT .

En la web de la Formación Asesoras Continuum escribí el otro día sobre el tema. Agradeciendo el apoyo que nos ha hecho ganar.
Hoy en este Blog sólo mío y más profesional me gustaría contaros qué siente Nohemí Hervada cuando ve en su correo esto:

Negocio ganador "Negocios Después" de ING Direct

 

Para que entendáis qué supone esto para mí he de deciros que yo nunca tuve mentalidad de empresaria. O mejor dicho, creo que la tuve y se fue  muriendo.

Yo quería ser abogada.

Bueno, yo quería ser cantante… pero ya se sabe, hacía falta un trabajo «de verdad» (léase con ironía) y ese era para mí ser abogada.

Nohemí Hervada 7 años

En Benidorm con mis padres (7 años)

No recuerdo en mis primeros años de colegio a ningún otro niño de mi clase con la idea tan clara de qué iba a ser. Esa idea la mantuve toda mi niñez, hasta el instituto ( si incluso escogí Latín 😉 ). Mis series  y pelis  favoritas eran las relacionadas con juicios. No sé si el sentido de la justicia tan acusado que he tenido siempre era lo que me hacía verme ahí, o esa pasión por el debate, más mi espíritu altamente competitivo. EL caso es que eso quería ser.

Con el tiempo, por mis  circunstancias familiares  y personales decidí que no iría a la Universidad, así que el año que mis compañeros hacían COU yo estudié administrativo mientras empezaba a trabajar cuidando niños  para costearme la academia, pagarme el carné de conducir, el seguro de mi viejo Renault 5, esas cosas que en muchos casos los jóvenes de mi edad recibían de sus padres.
Empecé a trabajar incluso antes de acabar el curso de la academia, como secretaria en un bufete de abogados. Era paradójico que estuviera trabajando en el sector que quise desde niña,  con tan solo 17 años.

Nohemi Hervada

Con 20 años. Mis primos vienen a visitarme a Gran Canaria

Trabajar allí me hizo darme cuenta de que tenia idealizada la imagen de lo que era un abogado. El mundo real me parecía que requería más fiscales que abogados, pero a mí ya no me importaba. Descubrí que ese no era mi mundo sin haber pasado 5  o más años invertidos en él.
Ya era mayor de edad y ya podía por fin escoger qué hacer con mi vida. Decidí invertir mis años de «libertad» en vivir como y donde quisiera. Y con 19 años me independicé y me vine a vivir a Canarias.
Dedicaba mucho de mi tiempo a ser voluntaria y a trabajar en lo que fuera para permitirme vivir haciendo lo que me hacía feliz.
Esos años de vivir compartiendo piso, sin tener casi nunca dinero de sobra, sin lavadora, sin coche, de levantarme a las 5.30 de la mañana… fueron un aprendizaje importante. A pesar de los días duros, de las horas llorando por sentirme sola y lejos de todos, por la incertidumbre de no saber si ese mes pagaría el alquiler, dependiendo de trabajos temporales… con jefes que dan para escribir no un post sino una novela… Pues a pesar de todo, esos años fueron, también, algunos de los mejores  de mi vida.

Aprendí a reírme de casi todo, aprendí el valor real de las cosas, aprendí que las colonias del supermercado pueden oler tan  bien en tu piel como el caro perfume  de Loewe que usaba antes.  Aprendí el valor de la amistad y de la lealtad y del respeto. Aprendí que con salud yo era capaz de salir adelante. Que no había trabajo pequeño ni vergonzoso, y que cualquier cosa que hiciera merecía hacerse de la mejor forma posible.

 

23 años. A la vuelta de mi viaje a UK

23 años. A la vuelta de mi viaje a UK

Por supuesto había días de auténtico miedo, recuerdo 2 momentos de auténtico pánico. Incluso hoy a veces sueño con esa sensación de angustia de no saber si podría seguir viviendo en la pura incertidumbre.  Como le he oído alguna vez a Sergio Fernández, el miedo a acabar en la indigencia. Hoy sé que quizás ese fue el mejor aprendizaje para ser emprendedora: no hay certitud, solo ganas de trabajar y  confianza en una misma. Y sentido común: mucho sentido común.

Tras esos años llegó mi etapa de casada que fue quizás, la única época tranquila de mi vida en casi todos los aspectos. Al poco de casarme encontré un buen trabajo, de jornada reducida que me permitía seguir teniendo tiempo para mi, para mi voluntariado, para mis estudios suplementarios (esa ha sido otra constante en mi vida, siempre he estado aprendiendo de muchas cosas diferentes), para mi marido. Era muy cómodo saber que de 8:30 a 13:00 6 días a la semana yo trabajaba y que a fin de mes cobraba un sueldo.  Eso te permite hacer planes, pagar una casa, comprar un coche, viajar. El horario fijo te da la tranquilidad de pensar en qué tiempo es para el trabajo y cuál es para ti. Era la estampa feliz: una pareja joven y sana con trabajo fijo los 2.

Un trabajo fijo.

Hoy oigo eso y me da grima.
Mi trabajo fijo acabó tras más de 8 años de trabajar al 200% en una depresión por estrés y mobbing.
Comprobé que para una empresa yo era un número, el 01044. Que daba igual mi grado de implicación, de profesionalidad y de preparación. Que las mujeres éramos siempre de segunda. Que los puestos de responsabilidad no se otorgaban por cualificación  o implicación sino por cualquier otro condicionante nada relacionado con la valía profesional. Sufrí injusticias y chantajes hasta que dije «basta». Primero fue mi cuerpo con una enfermedad, y luego, al recuperarme, fui yo.  Decidí no volver a una empresa que no se merecía tenerme en su plantilla. Así que otra vez más escogí la incertidumbre a la certeza.

Tras un cambio de orientación profesional radical fui madre. y ahí sí que mi vida dio un giro total.

Resumiendo mucho esos años contaros que empecé mi negocio de venta de portabebés. Eso sí, con una mentalidad de cualquier cosa menos de emprendedora. Es cierto que lo empecé sin invertir ni un € del sueldo familia de mi marido que era de lo que vivíamos. Pero aún recuerdo, pasados algunos años, hacer pedidos de 200€ como si fuera algo arriesgadísimo, y con más miedo que ganas.

«Pensaba en pequeño, gastaba en pequeño y ganaba en pequeño».

A punto de dar un taller de porteo

A punto de dar un taller de porteo

Trabajaba decenas de horas a la semana como asesora de lactancia y porteo, ya no sin cobrar, sino pagando yo. Invertí no solo mi tiempo que dejaba de ganar por no trabajar, y que le robaba a mi hijo, a mi marido  a mí misma, sino que invertía el dinero de mi familia en coche, gasolina, folletos… en comprar y   probar portabebés que luego no usaba ni vendía por no gustarme. Prestaba mis portabebés sin contrapartida ninguna, a veces eran devueltos sucios, o rotos, o no se devolvían…

Hoy sé que no trabajaba gratis.  
No es un servicio voluntario y gratis como una cree al principio.
Hoy sé que YO PAGABA PARA TRABAJAR Y REGALAR MI TRABAJO A OTROS.
No hay nada gratis, si no lo paga nadie, lo pagas tú.

No voy a aburriros más contando cómo fue el cambio de ser una miniPYME a lo que soy hoy. Lo que sé es que tras divorciarme, cuando la red de seguridad del sueldo fijo desapareció, tras 3 minutos de ataque de pánico pensando en cómo iba yo a mantener 2 hijos y una casa, siendo autónoma sin ingresos fijos, algunos meses, sin beneficio o incluso con pérdidas… tras esos 3 minutos, cambié el chip.
Recuerdo que pensé en esos otros momentos de incertidumbre e inseguridad de mi vida, pensé en mi madre que crió 5 hijos y me dije: «Tú Puedes».

Los momentos de crisis son empujones si los sabemos aprovechar.

Prototipé mi idea de ofrecer formación on line en mi sector y comprobé que era posible. Sabía cuáles eran mis puntos fuertes y decidí de una vez ponerlos a mi servicio, el de mi emprendimiento. Invertí mis ahorros en poner en marcha este proyecto con cabeza, alma y corazón.

Me resolví a no escuchar los comentarios negativos ni las críticas, salvo para ver qué tenían de verdad y mejorar.
Las otras, las dañinas, las demoledoras, las de aquéllos que critican por sistema lo diferente, lo nuevo, lo original…
o sencillamente aquéllo que no hacen ellos…
esas me daban aún más fuerzas, aunque sólo fuera para callarles la boca.

He de decir que recibí muchas más palabras de apoyo que de las otras. Seguramente porque son más, o porque no me centré en escuchar y/o leer a cada persona que decía algo negativo.  No me afectan demasiado las opiniones ajenas, pero por supuesto que algo me afectan, así que  decido no darles a gente que no me conoce o que no me aprecia el poder de dejar que cambien mi estado de ánimo. 
En estos 2 años he recibido, como todos, decepciones personales importantes. No he acertado a la primera en todo, he pagado caros algunos errores, pero todo es parte del proceso. Todo nos ha traído aquí.
Puede parecer un pequeño premio sin importancia, y quizás no cambie en gran cosa mi vida y mi trabajo. Pero es real, y lo he ganado yo.

Personas fuera del ámbito maternal tan endogámico, tan centrado en peleas absurdas de «esto es mío» o «esto se hace así», han visto un Negocio novedoso e innovador, rentable, con misión y con proyección de futuro.

Asesoras Continuum es un Proyecto que cambia vidas.
Cambió la mía, cambia la de quienes pasan por él y cambia la de los bebés de las familias que nos contratan.
Cambia la sociedad, porque cambia individuos y cambia mentalidades.
Eso Soy. Eso Somos y por eso hemos ganado.

Y por eso a menos de 2 semanas de cerrar el plazo de Inscripción con precio de oferta para el curso de Enero 2015, tenemos ya muchas de las plazas cubiertas. Por eso decenas de mujeres maravillosas nos escriben  diciéndonos que aunque ahora no pueden, su meta es ser Asesora Continuum.

  • Estamos contribuyendo a crear mentalidad de emprendedoras,
  • A mostrar cómo se emprende en femenino, de verdad, conciliando de verdad.
  • Pidiendo un salario justo por nuestro trabajo, no mendigando caridad porque ese no es el mundo que queremos.
  • No queremos cobrar en agradecimiento eterno. No queremos palmaditas. Nuestro Ego va bien servido y no dependemos de esos reconocimientos externos para vivir.
  •  Somos mujeres, madres y empresarias y queremos vivir nosotras y nuestros hijos, de nuestro trabajo . De un trabajo en el que somos buenas, lo mejor que podemos, y que nos esforzamos por hacer cada día de forma profesional y exquisita. 
  • Y queremos vivir bien.  
  • Parte de la libertad  y del empoderamiento personal pasa por la independencia económica y esa es una tarea pendiente de las mujeres aún hoy.
Nohemi Hervada emprendedora

Sé la Emprendedora que quieres ser

Este es un pequeño resumen de muchos años de trabajo. Largo para un post, ya lo sé, pero en eso, como en muchas cosas,  hago las cosas a mi modo, aunque no sea el más recomendable para obtener resultados.
Todo este rollo para compartiros lo feliz que estoy. Para animaros a creer en vosotras, a hacer las cosas con cabeza, pero a hacerlas.
Y a que nadie os diga que para obtener un resultado tenéis que dejar de ser como sois.

Nohemi Hervada en un karaoke

Soy Empresaria y me sigue encantando cantar

Taller Prevención Violencia de Género en la Villa de Moya

Taller Prevención Violencia de Género en la Villa de Moya

Este taller me reporta grandes satisfacciones y no solo a nivel profesional.
He escrito en otras ocasiones que he vivido muy de cerca la violencia, desde niña, en muchas de sus facetas y es un tema al que soy especialmente sensible, por eso  es tan importante para mi que las instituciones y organismos públicos apuesten por este tipo de iniciativas.
Gracias al equipo del Ayuntamiento de la Villa de Moya por confiar en mi trabajo  y contratarme para impartir 2 talleres en su I Encuentro de Mujeres Villa de Moya.
No os voy a aburrir contando lo que hicimos allí, solo os voy a poner unas fotos para que respiréis un poco del ambiente.
Fotos de la presentación del evento, de la primera conferencia a cargo de la presidenta de CERES, y ya después, fotos de mis talleres.

Olé, olé y olé

Mirad este vídeo

Imagino que estas mujeres oyeron que cómo iban a hacer algo así, que los músicos, son músicos , no «payasos».

Nos hemos aprendido tan bien la lección de la escuela, de los padres y demás autoridades que si algo sabemos es que las cosas son como son… ¿verdad?

Pues mira que algunas personas resulta que un día decidimos que no, que la vida es cambio e innovación , aunque nos cueste críticas y tropiezos.

Olé por las personas que no hacen lo que todos hacen,
Olé por las que se arriesgan, por las pioneras
Olé por las que hacen cosas diferentes
Olé por las que inventan lo que no existe
 aún
Olé  por las que rompen reglas obsoletas para crear algo nuevo y valioso
Olé por las que hacen lo que molesta a los que no les gustan los cambios
Olé por las que no se desaniman cuando las tildan de locas

Olé por las que tienen varios talentos y quieren explotarlos todos  y no dedicarse a una sola cosa…
Olé por las que creen en sí mismas y en su potencial sin esperar la aprobación del resto
Olé por esas personas que están empoderadas de verdad.
Olé por los artistas que hacen cosas que «sólo» sirven para hacernos un poco (o un mucho) más felices
Y Gracias por enseñarnos tanto en tan poco tiempo. 

Canal de Salut Salon en Youtube

Conmigo o contra mí

Conmigo o contra mí

«El que no recoge conmigo… desparrama» dijo Jesús. Y parece una frase algo exagerada ¿o no?
Él criticaba a esas personas que no se posicionaban claramente en un conflicto trascendental, a quienes querían  caminar entre dos aguas o que querían contentar  a todo el mundo.

Por supuesto la vida no es una guerra constante con bandos, afortunadamente. Somos seres complejos, con múltiples facetas y aristas que nos irán posicionado a veces en un lado y otros en otro. Podemos  comulgar con gente muy diferente, con ideologías diferentes según el momento y la situación. A veces incluso será una afinidad puramente afectiva: si quiero a alguien no soy objetivo para juzgar sus ideas y comportamientos y tenderé a excusarle, justificarle o a sencillamente aceptarle sin más, aunque no comparta lo que hace. Eso es normal y creo que todos lo hacemos. No conozco a nadie 100% ecuánime en este sentido.

Pero hay veces que esa tibieza es sencillamente injustificable.

¿Quién no ha sentido asco cuando los padres de un maltratador no es que no se avergüencen del  comportamiento de su hijo y no se dignen a condenar el hecho y a dar el pésame a la familia, sino que,  además, lo justifican  y se revuelven atacando  y lanzando acusaciones directas o solapadas hacia la víctima?
Va por delante que no me gustaría nada vivir esa situación desgarradora. No alcanzo a imaginar el dolor de unos padres que contemplan que su hijo(a) es un monstruo capaz de torturar y/o asesinar. Imagino que se le cae a uno el alma. Pero lo que sí sé es que ese alma no se levanta negando la realidad y haciendo del verdugo la víctima y de la víctima el culpable.

Por supuesto podemos debatir por qué se ha llegado a eso, qué nivel de desamparo y violencia ha llevado a alguien a convertirse en maltratador, violador y/o asesino, pero en primera instancia a mí me preocupa la víctima. Que seguro que también vivió intentando capear su propio desamparo  sin convertirse en un monstruo.

Cuando alguien, sea quien sea, justifica el maltrato o al maltratador está siendo cómplice. Con todas las letras, sin medias tintas: CÓMPLICE.



Me da igual si le quieres, si le admiras, si es un genio, si te hizo un favor, si te parece que su discurso es coherente, si crees que no tenía otra opción.. me da igual, si es tu hijo o tu padre o tu amigo o tu hermano o tu jefe o tu marido o tu amante o tu vecino del 5º: si le justificas eres como él.

 Las personas pueden ser perdonables,
los hechos violentos SIEMPRE han de ser condenados.

Crecí oyendo frases como:

«¿Fulanito?, ¿fulanito un maltratador?, ¿con lo buena persona que se le ve?
Tan formal, tan atento, tan majo él siempre dispuesto a ayudar…»


A la familia negando la mayor y haciéndose los sordos y ciegos ante la evidencia que hijos o cónyuge relataban. 
Crecí oyendo este tipo de cosas… y a día de hoy veo que no hemos cambiado mucho.

Esa persona tan maja, tan atenta y tan profesional puede ser un monstruo en determinadas circunstancias, y su mayor baza es que la gente no crea a la víctima.


Me da igual su status, su apariencia, su fama, su trabajo, sus buenas obras …


Cuando un hombre amenaza, critica, coacciona, insulta, chantajea, coarta, espía, vigila, acosa, ningunea a una mujer, es un maltratador.
Cuando le falta al respeto, cuando quiere controlarla, cuando decide por ella, cuando se atribuye el derecho a juzgar, a premiar y a castigar… es un maltratador.

Y cualquiera que contribuya a darle alas, que jalea su comportamiento, que le da pábulo a creerse el Juez supremo de la moral de los demás, que le ríe las gracias y los chistes, cualquiera que por el motivo que sea le alimenta, es cómplice.

El odio  y el mal llamado amor y lealtad hace extraños  compañeros de viaje. Y creedme que este tipo de personajes monstruosos en el fondo son unos narcisistas. Necesitan público que aplauda sus bravatas. No seas tú su público.
Hace años lo hombres se jactaban de tener a sus esposas dominadas con el beneplácito del resto del grupo, incluso de las otras mujeres.
Hoy creemos que hemos cambiado pero siguen muriendo mujeres, sigue habiendo denuncias por maltrato y sigue habiendo muchísimo más maltrato que no se denuncia. Sencillamente porque está tan interiorizado que no se ve o por miedo o por vergüenza.
Nuestra sociedad pretende que sea la víctima la que se avergüence, poniendo en tela de juicio lo ocurrido  o su comportamiento. Como si alguien, sea lo que fuera lo que hiciera,  mereciera un insulto o una amenaza o un  chantaje.

Este post hoy no es para aquellas que sufren el maltrato y el acoso sino para el resto. Para los que a veces miramos a otro lado, para los que nos repetimos que no va con nosotros, para los que pensamos, que como víctima es de tal o tal modo, se lo merece.

si nada djiiste complice fuiste

Para quienes al oír la verdad de la situación aún exclaman:

«¿Fulanito? ¡No puede ser!»

Díselo a las 47 mujeres asesinadas en nuestro país en lo que va de año, o  a los niños que acaban muertos a mano de sus propios padres como venganza hacia la mujer.
Es cierto que la mayoría no llegan hasta ese punto.  Pero no hay medio de saber quién es el que se pasará la vida solo amenazando (que no es poco) o llegará a mayores. Yo personalmente preferiría no arriesgarme.

He vivido de cerca el maltrato en varias de sus formas.
He tenido en mi propia familia un asesinato brutal por parte de un hombre a su mujer delante de sus hijos. He vivido  cómo su familia le justifica e incluso intentaron que los niños no se fueran con la familia materna, prefiriendo que acabaran en el sistema de casas de acogida  y separados.
He sufrido en primer persona una relación que derivó en insultos y amenazas sencillamente porque le puse fin y no esta dispuesta a aguantar juicios hacia mi persona, mi trabajo y mi libertad. He vivido coacciones y chantajes emocionales.
No me digas que no tengo autoridad para hablar de este tema y decirte que si tú por el motivo que sea apoyas de uno u otro modo a un desgraciado de estos, eres un maltratador igual que él.
Si encima eres mujer, lo que siento ya no es rabia o decepción sino asco.

Asco de ver mujeres jaleando a violentos. De aplaudirles sus alegatos de odio y venganza. De justificar sus hechos y sus formas.
Solo te deseo una cosa: que nunca te pase a ti, o a una hija tuya.
Porque los responsables de acabar con esta lacra no son siempre los demás… somos todos, tú y yo.

Porque si no estas conmigo en esto, estás contra mí.

PD:El próximo 15 de noviembre impartiré unos talleres para la Prevención  de Violencia de género en el I Encuentro de Mujeres de la Villa de Moya 

 

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Hijos felices

Hijos felices

Aquí tenéis el Podcast del programa de ayer en «Esta es mi Tierra»:
En esta ocasión Raquel entrevista a Silvia Álava, psicóloga y autora de un libro con consejos para criar Hijos felices.

Para mí es un paso adelante que este tipo de libros sean cada vez menos un manual de adiestramiento, y más un acercamiento a lo que le pasa el niño. Lástima que sigue perpetuando conceptos del conductivismo aunque disfrazados de más sutileza. Y al final puede que sea peor el remedio que la enfermedad porque cuando algo lo vemos en su plena dimensión  de poco científico e irrespetuoso es más fácil darse cuenta de que eso no es lo que los niños necesitan, pero cuando está edulcorado, igual muchos padres creen que así sí vale y el trasfondo es el mismo,
No por usar diminutivos en las palabras estas se convierten en otra cosa: «retirar un poquito la atención al niño si «se porta mal»«, no deja de ser un castigo que no deja en el niño otra impronta que la de que sólo se le escuchará y se le querrá si ignora sus emociones negativas, si «es» como alguien externo quiere que sea. Y eso es justo lo opuesto a la autoestima.

Al final  lo que veo es más Super nannys descafeinadas que a veces olvidan que con 2 años un niño no tiene control de sus emociones y es incapaz de razonar ( y esto es neurociencia, no es psicología). Y el refuerzo positivo no deja de ser un castigo encubierto.
AH! y los niños no necesitan aprender a dormir, que ya vienen aprendidos de serie… Antes de Ferber y Estivill la humanidad ya dormía.
En fin, oíd la entrevista y sacad vuestras propias conclusionesFoto del día 29-10-14 a la(s) 13.38 #2

I ENCUENTRO DE MUJERES VILLA DE MOYA 2014

I ENCUENTRO DE MUJERES VILLA DE MOYA 2014

Os copio la información sobre el I Encuentro de Mujeres Villa de Moya 2014, en el que participaré impartiendo mi taller  «Empodérate-Especial Prevención Violencia de Género»
En el marco de las actividades propuestas desde el Servicio de Prevención y Atención Integral a Mujeres y Menores Víctimas de Violencia de Género queremos invitarles al I Encuentro de Mujeres de la Villa de Moya que se celebrará el próximo 15 de noviembre enmarcado dentro de la Conmemoración del 25 de noviembre, Día Internacional Contra la Violencia de Género.
Adjunto se envía la información del Encuentro así como el formulario de inscripción a los talleres, recordándoles que son plazas limitadas, por lo que tendrán que marcarlos por orden de preferencia.
Agradeciéndoles de antemano su participación
Un cordial saludo
Equipo del Servicio de Prevención y Atención Integral a Mujeres y Menores Víctimas de Violencia de Género de la Villa de Moya
I ENCUENTRO MUJERES VILLA DE MOYA 2014
I ENCUENTRO MUJERES VILLA DE MOYA 2014
Si quieres participar descárgate el Formulario de Inscripción  y envíalo al correo electrónico que encuentras en el mismo.
5 Cosas que aprendí de un ciclista

5 Cosas que aprendí de un ciclista

Si podéis leed este post con esta música de fondo

No soy una persona especialmente inclinada al deporte, aunque he pasado buenos momentos viendo algunos eventos deportivos, admirando las habilidades y destrezas de hombres y mujeres.
Al ciclismo nunca le presté demasiada atención, salvo esos días de final de carrera en verano, esperando que Indurain ganara.
Me parece un deporte duro, durísimo, en el que además, no hay demasiado reconocimiento  a los deportistas, y donde solo un número ínfimo de ellos consigue destacar.
Hoy quiero contaros qué me ha enseñado un ciclista sobre su pasión por la bicicleta y cómo creo podemos aplicar esos principios más allá de las 2 ruedas,  en el desarrollo personal y profesional.

 

indurain

  • Conocéte, acéptate y véncete

La bici pone de manifiesto tus propias capacidades y limitaciones. Conocerlas, aceptarlas y luego intentar superarlas: vencerlas, esa es la clave.
No es mal consejo para la vida diaria. Al final la carrera no es contra el recorrido, contra la montaña  o contra los otros corredores…. la carrera es contra nosotros mismos.
Si nos conocemos, nuestros puntos fuertes y nuestras debilidades, si nos aceptamos como somos en lugar de pretender ser otra cosa y si nos vencemos en el sentido de lograr lo que queremos incluso a pesar nuestro, sin duda habremos ganado la etapa, y la carrera.

  • Hoy no he podido, pero mañana vuelvo y subo la montaña

Ningún ciclista no preparado es capaz de subir un puerto y culminarlo. Pero su sistema es:

«Hoy no he podido subir la montaña,
pero mañana  la montaña seguirá ahí,
mañana volveré y la venceré.»

Y al final la constancia y el sacrificio hacen que uno venza a la montaña.  La montaña son nuestros objetivos, nuestras metas, nuestros retos, incluso nuestros deseos. Siempre hay otro día, así que lo que no pudiste hoy, vuelve a intentarlo mañana.

  • Corres como eres

«Un día en una carrera  en la que iba muy muy cansado, un grupo de ciclistas de otro equipo me esperó para ayudarme a llegar a meta.
Al preguntarles por qué lo hicieron, me dijeron que  yo les había ayudado en otra etapa sin tener por qué».

Corre la carrera de la vida como eres, y sé buena persona. Algún día necesitarás que  otra persona te ayude, incluso un «no compañero» y es fácil  recibir ayuda cuando tú antes has ayudado a otros.
Recuerda: aunque corras solo, no corres solo.

  • Solo hay un ganador, pero éste gana gracias al trabajo de todo su equipo

Cuando oyes a un ciclista cómo se planea la estrategia de equipo para que el candidato a campeón gane entiendes que él solo no lo habría logrado nunca. Muchos «anónimos» pelean las pequeñas batallas de la carrera, las que agotan, las que queman, para que al final el líder  del equipo llegue en buen estado físico  y pueda en el sprint final darlo todo y ganar. Él es el campeón. Pero gana todo el equipo. Todos contribuyen al éxito.
En  una empresa, cada uno tiene su papel, no hay ninguno pequeño. Todos los miembros del equipo, el CEO, el comercial, la señora de la limpieza, quien atiende el teléfono, etc. , todos trabajan con un objetivo común. Sin cada piñón de la rueda no habría engranaje. Lo inteligente es que cada uno haga aquéllo en lo que que es mejor reconociendo que todos los compañeros son valiosos.
Incluso para los profesionales que trabajamos por cuenta propia, el mensaje es acertado: las colaboraciones crean grandes proyectos.
Cuando la meta común es mayor que los egos se consiguen grandes cosas.

  • Lo que hace a un corredor campeón no es su forma física

Muchos ciclistas  con todo el potencial físico y entrenamiento pueden llegar al nivel del 90%, pero solo unos pocos llegan al 100%.

Ese 10%  que marca la diferencia no depende del trabajo físico. Esa diferencia entre un buen ciclista y un campeón está en su cabeza y en su corazón. Si tiene madurez, estabilidad mental y afectiva. Si tiene un entorno  familiar y social confiable y se siente seguro y querido y cuidado.
No creo necesario explicar el paralelismo ¿verdad?.
Podemos conseguir el éxito profesional de muchas maneras, pero solo cuando nos sentimos bien con los que queremos somos verdaderos triunfadores.  Los afectos valen más que las medallas, y curiosamente,  en este deporte, sin afectos no hay medallas.

¿Y tú? ¿Practicas este deporte? ¿Quieres compartir conmigo alguna otra reflexión interesante?
 

Fotos

1- Foto de  Miguel Induráin
2- Foto tomada del Blog Huy Carajo

Conciliación

Conciliación

Este tema da para un debate de horas… limitarlo a 20 minutos da para muy poco.
No hay soluciones perfectas universales, pero por supuesto desde la administración se podría mejorar muchísimo la situación de las familias al respecto.
Aunque es triste constatar que una vez más,  cuando se ponen sobre la mesa propuestas, no se tiene en cuenta a los bebés, sino sobre todo a los adultos.
Políticas de conciliación realmente insuficientes a todos los niveles, y propuestas que a mi entender, perpetúan la idea  errónea de que:

  • -Las mujeres tenemos que elegir entre trabajo e hijos
  • -Los hijos  se crían igual con la madre que con otro cuidador principal

No voy a discutir en este post que el bebé humano necesita al menos el primer año que su cuidador principal sea su madre, y no quiero decir con esto que no necesite tener al padre muchísimo en su vida diaria, pero si seguimos pensando en términos de «igualdad»  me temo que el precio lo pagan nuestros hijos.
Os dejo el podcast para que opinéis vosotros mismos.
Yo solo quiero dejar claro algunos puntos, para mí  importantes:

  • *La Maternidad no es una «carga» para aquellas mujeres que desean entregarse a ella plenamente
  • *La «carga» es que la sociedad te penalice por esa decisión  de forma económica, o a la hora de reincorporarse a la vida laboral
  • *Los bebés necesitan una figura de apego principal los primeros meses de su vida, y ésta es la madre, que es quien gesta y alimenta con su cuerpo.
  • *La biología no entiende de roles ni de política, y  es la madre la fuente de alimento exclusivo, sin horarios para el bebé, durante al menos 6 meses, en muchos casos 1 año o más. Separarla del bebé para que lo cuide otra persona es una afrenta a los derechos ya no de la madre, sino del bebé.
  • *Sustituir el tiempo de cuidado mínimo que necesita el bebé  de su madre por el padre no es la solución
  • *El padre  POR SUPUESTO debe disfrutar de todo el tiempo posible, implicándose en el cuidado del hijo, pero no sustituyendo a la madre.
  • *Los hijos no deberían ser moneda de cambio para una sociedad ni para las familias, ni herramienta política.
  • *El día que se valore el cuidado a los hijos como lo que es: la base de la sociedad, encontraremos fórmulas reales de conciliar: bajas apropiadas en tiempo, remuneradas en su totalidad, no penalización a las madres , no penalización a los padres, trabajos que permitan hacerse mientras se cría, no invisibilización de la maternidad, no estigmatización de la maternidad ni idealización tampoco.
  • *Hijos que nazcan en hogares donde les desean y donde los padres asumen la responsabilidad que conlleva, y esta es buscar primero su bienestar atendiendo sus necesidades, no las nuestras a costa de las suyas.
  • *RESPETO para todos. Principalmente para los niños, que son los perdedores siempre en estos temas.

 

 

7 cosas que un emprendedor puede aprender de las páginas de citas

7 cosas que un emprendedor puede aprender de las páginas de citas

Un emprendedor aprende de todo lo que le rodea, y básicamente todo emprendedor es vendedor: de sí mismo, de un producto o de sus servicios, así que nada mejor para aprender que fijarse en los que venden.
Yo llevo un tiempo analizando un sector , las páginas de citas y contactos on line, que aunque no se dedica a la venta en sí, sí está concebido para  que los usuarios le escojan a uno sobre los demás.
No hay mejor campo de pruebas que esta especie de «catálogo humano», así que voy a compartir contigo algunas de las cosas que he visto que podemos aplicar a nuestra vida de emprendedor:

  • Marca Personal
    Los perfiles sin foto obtienen muchísima menos cantidad de interacciones. Quien no se atreve a dar la cara no inspira confianza.
    En tu  vida de emprendedor la gente quiere saber quién eres y por qué ha de escogerte a ti en vez de a otro profesional de tu mismo sector. Preséntate a tus clientes, porque la gente quiere trabajar con «personas», no con empresas. Sé tu propia marca personal.
  • La Imagen Sí importa.
    Y mucho. En páginas como estas lo primero que aparece es una foto. Dependiendo de si ésta es atractiva, se entra después a ver el perfil. Si la imagen escogida no es muy afortunada o apareces en determinadas situaciones poco cuidadas da igual lo interesante, inteligente y especial que seas, la mayoría no va a entrar a averiguarlo.
    Como emprendedor  tu imagen, la tuya, la de tu marca, la de tu web, tu logo, todo es importante. Cuida los detalles porque la primera impresión real garantizada es la primera, si no gusta, puede que no haya nunca una segunda oportunidad.

sácate partido

  • Sé original.
    Las frases del tipo «soy buena persona, sencillo y especial» no expresan nada nuevo. Las presentaciones que atraen interés son las que sorprenden, las diferentes y atractivas.
    En tu emprendimiento, si eres uno más en tu sector, no vas a conseguir grandes resultados diferenciadores. Busca la diferencia que aportas y dale protagonismo a eso.
  • Cuida el lenguaje
    Si lo que sé de ti es lo que me cuentas en una presentación corta y ésta  está llenas de faltas de ortografía,  la opinión que se van a formar de ti no es la que te gustaría. Y más teniendo en cuenta que hay correctores para aquéllos que no dominan el lenguaje.
    Como emprendedor cuida que todas tus comunicaciones sean correctas, para muchas personas el ser descuidado con el lenguaje denota, no solo una falta de cultura general, sino falta de respeto o descuido por el cliente. Las expresiones habituales de tu trabajo las vas a repetir muchas veces, asegúrate de conocerías y expresarlas correctamente.
  • No mientas
    Cuando hablas con muchas personas es fácil que no recuerdes todas las conversaciones o qué le has dicho a quién, así que no mientas porque será fácil que te pillen. Y no hay nada más avergonzaste que ser pillado en una mentira.
    Como emprendedor la honestidad es un valor que ha de acompañarte siempre. La meta de un emprendedor es conseguir clientes y fidelizarlos para que ellos a su vez se conviertan en tus «comerciales». Nadie se queda con quien le miente, engaña o estafa. Sé honesto siempre. No tienes que contar toda al verdad, pero nunca hay motivo para mentir.
  • Aprende a decir «no»
    Si en estas páginas te dedicas a responder a todo el que te escribe, pensando que es lo «educado» perderás tu tiempo y el del otro. No se trata de ser el más popular del lugar, sino de encontrar lo que buscas y para eso hay que cribar.  En estos sitios hay que enfocarse en quienes interesan y no dar pie a quienes no.
    Como emprendedor has de estar enfocado en tu meta. Saber decir «no» a otros proyectos o distracciones
    que te hacen desviarte de tu objetivo principal. El tiempo es limitado y la meta es rentabilizarlo al máximo. Un emprendedor no busca «amigos» en su negocio, sino clientes. Si desatiendes a estos para agradar a todo el mundo o dar de tu tiempo a todo el que te solicita cosas fuera de tu trabajo, entrarás en una dinámica abocada al fracaso.
  • Aprende de los fracasos
    En estas páginas  si algo queda claro es que hay muchos peces en el mar,  que hay muchas personas buscando relacionarse a pesar de haber sufrido fracasos previos. Que no te haya ido bien hasta ahora no significa que no vayas a encontrar algo que te convenga.
    Un emprendedor sabe que los fracasos son ocasiones para aprender y reenfocarse en el camino al éxito. LA clave es seguir insistiendo y no darse por vencido.  Una vez alguien me dijo que siempre hay alguien que tiene lo que tú quieres,  es cuestión de que esa persona o personas te encuentren, les gustes y te compren.

¿Y tú? ¿Has aprendido técnicas de venta de formas «poco habituales»? ¿Quieres compartirlas conmigo?

 

Empoderamiento: claves prácticas

Empoderamiento: claves prácticas

Anoche tuve el honor de dar una clase como experta en el programa educativo La Pedagogía Blanca.
Si ya es enriquecedor que cuenten conmigo para un programa de Coaching educativo de ese nivel, hacerlo junto a Hana Kanjaa, multiplica la satisfacción.

La sesión de anoche trataba sobre Empoderamiento, y fue un placer oír a Hana  hablar sobre el miedo y cómo aprender a gestionarlo.

Si aún hay alguien que no la ha escuchado, os animo a ver su canal de youtube. Seguro que  no os deja indiferente.

Anoche tuve la oportunidad de decirle en directo que esta charla que dio en el TEDxCibeles es una de esas que he oído muchas veces, emotiva,inspiradora y  sobre todo animadora.

Sin duda, hacerse experta en aprender a gestionar el miedo y usarlo como catapulta es una de las claves del éxito en la vida, en la personal y en la de emprendedora.

Tras el subidón de oír casi una hora a Hana hablar ,como ella sabe, sobre un tema que domina, intenté aportar mi punto de vista sobre por qué solemos hacer tantas cosas desde el miedo limitante.

Creo que es un trabajo interesante y necesario reconocer desde dónde hacemos las cosas, y tomar conciencia, para encontrar un punto de anclaje desde el cual tomar impulso hacia donde queremos ir.

No hacerlo nos convierte en astronautas flotando en el espacio, yendo a la deriva sin control.

Astronauta flotando

 

Empoderarse es tomar acción, decidir y asumir las consecuencias de nuestras decisiones. No delegar la autoridad que no es delegable en otros.

No siempre es fácil, no tenemos el hábito creado en la mayoría de los casos, pero es posible.

Tips para Empoderarse

  • Usa el miedo como  motor, no como paralizador.
  • No uses la mentira para eludir tu responsabilidad
  • Trabaja tu ACTITUD
  • Que tu  lenguaje corporal esté en sintonía con tu mensaje
  • EScoge tus batallas
  • No dejes que otros controlen tus emociones
  • Estableces tus límites innegociables y mantenlos

Estos y otros tips compartí anoche con los alumnos de la Pedagogía Blanca.

¿Y tú?

¿Quieres aprender más sobre el tema?

¿Te gustaría tener más herramientas para cambiar la dinámica que llevas hasta ahora
y tener más control sobre tu vida?

¿Quieres claves prácticas para implementar en tu día a día?

Foto de la fachada de una casa en Bristol UK

Pincha para más información

Te molesta el éxito ajeno

Te molesta el éxito ajeno

Que sí, que a todos nos han educado poniéndonos calificaciones, jugando a juegos donde solo uno se lleva la medalla, comparándonos con el hermano, la prima y el vecino. Que el modelo competitivo lo llevamos grabado a fuego en la psique.
Pero mírate, eres adult@.

Ya no hay nadie poniéndote notas ni comparándote. Al menos nadie que deba importarte.
Eres responsable de tu vida y de tus acciones. De tus decisiones y de las consecuencias que vienen con ellas.

Como los demás.

Puedes seguir quejándote de que el mundo está en tu contra y de que a los demás  les va bien porque «se lo han puesto fácil» «porque tiene cuña» «por esto» o «por lo otro»:
Da igual cómo estén los demás, donde están o por qué están. LA cuestión es: dónde estás tú y por qué, más importante aún ¿Que vas a hacer para estar donde quieres?

En el nicho en el que yo trabajo somos bastante endogámicos. Nos conocemos casi todos, bueno casi todas, que somos mayoritariamente mujeres.
Y resulta que un grupo mucho más pequeño aún empezó hace años a hacer cosas y a dejarse ver y oír, y a asociares y a reivindicar… ya sabemos todos el proceso ¿no?
Pues bien, perfecto. Gracias.
Y después de esas pioneras llegamos otras, atraídas por la misma motivación y ganas y necesidad de hacer cosas y cambiar cosas.
Y en un momento dado algunas decidimos que había otros medios y formas y caminos.
Que si queremos respeto lo primero es respetarnos a nosotras mismas y no hacerlo todo a ritmo de silbato. Por mucho que el silbato tenga mucho renombre y reputación, da igual:

Los silbatos son silbatos, sean de plástico, o de oro. De un año o de 100 años. Tienen el mismo fin.

Y entonces algunas hicimos cosas que chocaban.
Decidimos que para ser lactivista o partivista o feminista había otras vías.
Que acepto que haya quien se sienta bien en un rol determinado y en su forma de ver y hacer las cosas, pero que si yo no me siento identificada con todo o parte, puedo elegir hacerlo de otro modo.
Soy libre señoras, y soy mayor, y autónoma y responsable y medianamente inteligente.
Y puedo ser una fantástica asesora de maternidad sin parecerme a nadie.

Puedo seguir siendo yo.

Y  en mi vida personal puedo hacer lo que me plazca y reirme con quien quiera, y de lo que quiera.

Porque entre otras cosas, algo que no entendía de algunos sectores  «maternales» era su perpetua mala leche con todo y con todos.

Habrá más lactancias felices y partos felices y crianzas felices  no cuando nos hayamos peleado con el planeta, sino cuando haya más personas felices.

Que también hay momento para pelearse y reivindicar, por supuesto, pero por favor no todo el rato. Porque al final es que parece una novela negra, todos echando humo todo el rato y criticando el blanco, el negro, y el gris ( y del rosa ya ni hablo…).
A mí me gusta hacer las cosas de forma muy profesional, y eso no lo digo yo, lo dicen mis clientes y mis alumnas y mis amigas y las madres que he tratado desinteresadamente estos años. Por cierto que no hago distanción en ese aspecto: mi trato intento que sea exquisito SIEMPRE.
Pero profesional para mí no es ni seria, ni amargada, ni criticona, ni fea.

Sí FEA. Porque al parecer, lo que molesta en ciertos sectores ya no es que cobre o no cobre, o que venda o no venda mis cursos (que por cierto los vendo ), sino que publique fotos mías fuera de la onda maternal. Y que hay quien crea que salgo guapa.
Entonces yo me pregunto: ¿TE molesta mi éxito? ¿Mi trabajo? (que por cierto desconoces) ¿o Mi cara?

Y digo «mi éxito» pero podría decir el de cualquier otro…

  • ¿Te molesta el éxito ajeno?
  • ¿Tienes por costumbre aplaudir cuando a otros les va bien?
  • ¿Compartes sus triunfos y alegrías?
  • ¿Les felicitas?
  • ¿Los recomiendas?

Creo que un buen examen sería revisar nuestros propios muros  en redes sociales  y profesionales y ver…

  • ¿Qué hay ahí?
  • ¿Es un canto al YO?
  • ¿ o comparto generosamente proyectos y trabajos de otros?
  • ¿ Hay solo quejas y lamentos?
  • ¿ o contribuyo con optimismo a mostrar que hay otra forma de ver las cosas?
Diapo extraída de "Sácate Partido" Taller de Nohemí Hervada

Diapo extraída de «Sácate Partido» Taller de Nohemí Hervada ©NohemiHervada

  • ¿Me molesta el reflejo de otros porque son lo que yo no soy?
  • ¿o porque son lo que yo soy?
  • ¿o porque son lo que yo querría ser?

Es mi propuesta de reflexión antes de irme de vacaciones.

Porque como trabajo y me lo curro mucho, me voy de vacaciones. Y me haré fotos frívolas, donde intentaré salir monísima y feliz, abrazando a gente que quiero y por supuesto las colgaré en mi muro, para que te alegres conmigo… o para que te moleste verlas… eso ya es cosa tuya.

Esta Soy YO

Esta Soy YO

Esta también soy YO

Y esta también soy YO

Lo que el cine me enseñó: Maléfica

Lo que el cine me enseñó: Maléfica

Hoy inauguro una sección del blog.
Pensaba ponerla en mi blog personal, pero al final he decidido que vaya aquí porque uno de los trabajos que desempeño dentro del desarrollo personal es el tema de las relaciones, el empoderamiento y  la imagen.
EL otro día mi gran amiga Irene García Perulero, que además de bióloga es experta en temas de violencia y feminismo, escribió en clave de humor la sinopsis de una película que fue a ver con sus hijas.
Aparte el hecho de que está en clave de humor y de que es un SPOILER (avisados estáis) creo que refleja muy bien el entramado que se da a veces en ciertas relaciones.
OS animo a ver la película primero, a sacar vuestras conclusiones y luego a leer a Irene. Podéis hacerlo al revés también 🙂
He de dejar constancia que este estilo es homenaje a  Ángel Sanchidrián  y su página Sinopsis de cine, que os recomiendo fervientemente si queréis reiros a carcajada limpia.

Bueno, pues anoche vi Maléfica y os la voy a contar. Va de una chiquina que es muy buena y muy generosa y compasiva y feliz hasta que da con un mermao mediocre que la engaña y la deja toda puteada para sentirse él alguien. Entonces cuando ella se da cuenta se coge un cabreo de la hostia y decide vengarse.
Él se pasa toda la película acojonado y paranoico y convirtiendo en mierda todo lo que toca y ella pues al principio está fatal pero luego pues va conociendo gente y queriéndolos y eso.
El final es feliz porque él, que se ha quedao más solo que la una, se autodestruye y ella recupera todo su poder que es lo que le da calidad a la película.
Podéis verla si os gustan los finales felices con mermaos que se autodestruyen o las mujeres poderosas con un cabreo de la hostia.
PD: Añado que ella es un pibón y él un bicho de feo.

Esperamos vuestros comentarios y si este tema os interesa no os perdáis el próximo trabajo de Irene García Perulero junto a la psicóloga Mónica Serrano: Infancias Libres: Adultos felices.

Hijos felices

¿Contrato o apretón de manos?

Hubo un tiempo en que la palabra dada tenía tanto valor como un papel firmado.
Se sellaban acuerdos con un apretón de manos, o sencillamente aceptando el compromiso mutuo ante 2 o más testigos.

Muchas personas hoy siguen viviendo con ese mismo respeto a su palabra. Asumen que si se han comprometido a algo, su obligación moral es cumplirlo.

¿Significa eso que en nuestra vida debemos prescindir de los acuerdos legales y fiarnos de los acuerdos verbales?

Rotundamente NO.
Y te voy a explicar por qué.

  • Que tú seas de ese tipo de personas no convierte a todo el que trata contigo en igual a ti. Algunas personas con las que trabajarás no tienen el sentido del compromiso que tú tienes, y aunque creas que es fácil saber quién está en cada grupo, te aseguro que no es así.
  • Establecer legalmente los acuerdos de trabajo por sistema evita las suspicacias y sospechas. Lo haces con todo el mundo, así nadie tiene por qué pensar que el contrato es por desconfianza hacia ella en concreto.
  • Los acuerdos legales están para proteger vuestros intereses incluso en caso de circunstancias  imprevistas, indeseadas o involuntarias.
  • Un contrato firmado expone claramente lo que se espera del acuerdo, y es fácil acudir a él si se tienen dudas sobre lo que se creía o se pensaba. Debe no estar sujeto a interpretaciones y recoger exactamente las condiciones pactadas.
  • En caso de disputa, si hay un contrato es mucho más sencillo que una autoridad competente decida sobre el tema si no se llega a un entendimiento de ambas partes.
  • Demuestra que te tomas en serio tu trabajo, que te respetas a ti y a la otra parte.
  • Firmar un contrato nos hace adquirir una responsabilidad añadida en el cumplimiento de nuestra palabra dada, aunque sea porque implica responsabilidad legal y/o económica.

Por supuesto siempre habrá quienes no quieran firmar nada y te digan que no es necesario, que eso es pensar negativamente por adelantado. Te voy a dar un consejo :

» Un acuerdo profesional no es un noviazgo, nadie te va a jurar amor eterno. Si no aceptan sentarse a negociar un contrato, no trabajes con esa persona.»

No querer aceptar una responsabilidad  no transmite mucha seguridad, suele ir seguido de  poca implicación y eso es algo que no deseamos para nuestro emprendimiento.
Si hablamos de familiares y/o amigos es aún más importante cuidar este aspecto. Perder un colaborador puede ser un varapalo, pero perder una amistad o la buena relación con un familiar es triste, hasta vergonzoso. No te expongas a ese riesgo.
Hace poco oí a María Gómez del Pozuelo, CEO de Womenalia, en una charla para el Máster de Emprendedores decir esta frase:

«Cuando trabajas con amigos y familiares hay que hacer un contrato como si fueran enemigos
para seguir siendo amigos»

Cuando no has vivido esa situación puede parecer un consejo exagerado, pero pregunta a cualquier emprendedor su experiencia al trabajar con familia y amigos… y quizás te sorprenda la respuesta.

Sigue trabajando para ser una persona honrada, honesta, fiel a tu palabra, que cumple lo acordado… pero haz contratos.

Los apretones de manos, después de la firmas.

firma contrato

El empoderamiento individual lleva al colectivo

El empoderamiento individual lleva al colectivo

Ayer me entero de que se ha publicado en los medios esta noticia:

«Alerta mundial» de la Interpol para localizar a un niño raptado de un hospital por sus padres

Me cuentan «la verdad» de la noticia y cómo durante días se ha dado información parcial que tergiversaba por completo la noticia.
Afortunadamente los medios de difusión hoy en día están al alcance de cualquiera que tenga un smartphone y una cuenta de correo y esta familia grabó un video y lo subió a Youtube explicando abiertamente y con claridad lo ocurrido

El británico que se llevó a su hijo enfermo del hospital sin permiso se explica en un vídeo

Este tema me ha dado que pensar por muchas cosas.
Porque soy madre.
Porque soy persona
Porque estoy firmemente convencida de la autonomía del ser humano
Porque en mi trabajo de desarrollo personal trabajo sobre todo en los prejuicios y en el empoderamiento contra la sumisión y la indefensión aprendida.

En este post me gustaría analizar algunos puntos interesantes a modo de reflexión personal primero y colectiva después. Porque la «masa» la formamos los individuos. Y parece que siempre son otros los responsables de cómo van las cosas, pero YO y TÚ también estamos en ese grupo. Y  a veces una sola persona, con capacidad de cuestionamiento puede conseguir despertar la conciencia de todo un grupo. O al menos intentarlo.

Juzgamos sin tener toda la información

Esto se llama PREJUICIO.
¿Creías que tú no tenía prejuicios? ¿Porque no te pones una  capucha blanca y escribes pancartas racistas?
Los prejuicios están tan arraigados en una sociedad que no somos conscientes la mayoría de las veces.
EN este caso la orientación religiosa de esta familia no tenía nada que ver, pero ha sido el detonante para poner a la opinión pública contra ellos.
Es curioso que en la mayoría de noticias que leo sobre «crímenes», no hablo de supuestos crímenes o delitos, sino de «crímenes», no se especifica en titulares, ni en  la notica si el delincuente es católico.
Solo interesa cuando eres parte de una minoría. Porque se nos llena la boca con la palabra «democracia» y seguimos siendo una sociedad pacata que no soporta lo diferente. Sobre todo en cuestión de pensamiento.
¿Qué pasaría si a todos los individuos del grupo les da por pensar y replantearse lo mayormente aceptado? ¿Estamos dispuestos a convivir de verdad y no de boquilla con una sociedad plural? Plural en lo religioso, en lo político, en lo cultural, en lo ideológico, en lo personal…
La respuesta es que no.

Criticamos al que se sale del rebaño

¿Cuántos de quienes leéis este artículo juzgasteis a estos padres solo porque se mencionó su religión?
¿Cuántos de vosotros tras haber puesto en las redes verdaderas burradas en su contra vais ahora a retractaros?

prejuicios
Ese es el indicador de una sociedad que camina hacia la madurez y el empoderamiento. Me temo que nos queda mucho aún. Solo hay que leer los comentarios de la gente al artículo. Me da vergüenza de especie.
Porque mañana puedo ser yo. Ese niño puede ser mi hijo,y el tuyo. Y puede que en algún momento de tu vida vivas en tus carnes que la «mayoría» o la «autoridad de turno» no te respetan, incluso como es el caso, que ponen en peligro el bienestar y la vida de tu hijo, y tendrás que tomar una decisión.

¿Aceptarás sumiso? ¿O tomarás acción?

En este caso el que la familia pertenezca a una confesión religiosa les ha supuesto una ventaja, aunque no lo parezca. Porque pertenecer a una religión minoritaria en una sociedad como la nuestra implica que llevas años aprendiendo a tomar tus propias decisiones sin buscar la aprobación de la mayoría. Porque aunque muchas veces oímos que califican de «sectas» a ciertos grupos de pensamiento, en realidad en muchos casos precisamente esas personas lo que han hecho es replantearse el pensamiento mayoritario, cuestionarlo y decidir no seguirlo. Pueden estar equivocados o no, pero han hecho un ejercicio que la mayoría de nosotros no hacemos. Porque ¿por qué tienes tú las creencias que tienes? ¿Crees que han sido decisión tuya?
Siento decirte que la mayoría no. Venimos condicionados desde antes de nacer para seguir el patrón marcado. Lo raro es desmarcarse.

Cuando has vivido pensando diferente al resto acabas aprendiendo a defender lo que crees, y eso te da una seguridad en tus creencias que contribuyen a tener una firme convicción.

«Y a final de todo, la actitud lo es todo»

Y en este caso lo importante no era la religión porque ni siquiera estaba por medio el consabido tema de las transfusiones. En este caso lo importante era la autonomía del paciente.

Autonomía del paciente

Algo por lo que peleamos a diario a pesar de tener una ley que lo recoge.
Pero la Ley no cambia a las personas. Y la mentalidad colectiva sigue siendo  que «lo que dice el médico va a misa», si me permitís el juego de conceptos.

mafalda
Y lo malo es que esa mentalidad la tienen los médicos (y perdonadme que generalice que sé que hay muchísimos médicos que no, pero siguen siendo minoría) y la tenemos los pacientes, y la tiene la sociedad.
Es el debate de siempre:

Hasta qué punto nuestro cuerpo y lo que sucede con él es cosa nuestra.
¿Dónde está el límite?
¿Por qué cuesta tanto educar y educarnos para la responsabilidad personal?

Es un debate que oigo casi a diario por el trabajo que desempeño como Asesora y Formadora de Asesoras de Maternidad. En la ginecología y obstetricia estamos contiguamente casi gritando que la mujer ES libre de poder decidir sobre su cuerpo.  Libre de decidir cómo llevar su embarazo, cómo y con quién parir, etc.

OS copio, con su permiso,  una interesante reflexión al hilo de Mónica Felipe Larralde, autora de  Cuerpo de Mujer: reconectar con el útero.

Cuando se apela a la legalidad como el límite de una decisión personal de una mujer sobre su cuerpo, estamos dando por sentado que hay otros poderes superiores al de la propia mujer que tienen potestad para tomar decisiones por ella misma. Eso me parece muy grave, porque enmascara un sentido de la libertad personal bastante reaccionario. Y añado: jamás dejaré que otra persona que no sea yo misma decida por mi lo que deseo hacer o dejar de hacer con mi cuerpo. Yo asumo todas las consecuencias de mi decisiones y si me equivoco, será mía la responsabilidad (como lo es siempre, esté acompañada por quien esté con la titulación que sea). No quiero entrar en más polémicas pero es que creo necesario recordar que las mujeres podemos tomar decisiones con absoluta libertad.[/box]
Y seguimos topando con el mismo muro.

Porque es al final el mismo muro: la violencia obstétrica, el paternalismo de los profesionales con los padres en todo lo que tiene que ver con los hijos, los prejuicios hacia un colectivo que decide con responsabilidad cosas diferentes a lo que la mayoría establece como lo correcto.

La información y la responsabilidad personal.

Esos padres están empoderados… tú y yo y cualquiera que les ha juzgado sin saber no.
Tenían información, y tomaron una decisión aceptando la responsabilidad que conllevaba.
La pregunta es… ¿qué secta es entonces la verdaderamente peligrosa?

  • ¿La de las «locas que deciden parir en casa» o la de las inteligentes que confían en su médico y su gran hospital y acaban con secuelas de por vida?
  • ¿La de unos padres acostumbrados a cuestionarse los tratamientos y buscar el mejor o la de los que aceptamos una única opinión porque aún nos creemos que todos los señores con bata blanca saben siempre lo que es mejor, aunque se demuestre que no?
  • ¿La de «es@s que van de empoderadas» y todo lo discuten o la de es@s que van por la vida obedeciendo a todo el que crea tener autoridad sobre nosotros?
  • ¿La de «es@s que no tienen formación reglada que las avale» o la de quienes teniéndola demuestran quedarse atrás en las necesidades de hoy de nuestra sociedad y en el respeto a la autonomía de cada individuo?

Yo tengo claro en qué grupos quiero estar en cada caso, te animo a que tú te lo plantees.
Y ojalá la próxima vez que todos leamos una noticia de linchamiento colectivo tengamos la capacidad de obviar nuestros propios prejuicios y ser algo más justos. Recuerda que mañana puedes ser tú.

 

Video grabado por la famila King

PD:En mi taller «Empodérate» trabajo sobre este tema y doy Tips y consejos para emprender un camino de responsabilidad personal a la hora de tomar decisiones. Si estás interesado en hacerlo de forma personal o en ofrecerlo a un grupo ponte en contacto conmigo.

Pedir la voluntad o fijar tus honorarios

Pedir la voluntad o fijar tus honorarios

¿Te cuesta cobrar por tu trabajo? ¿No sabes cómo  responder a quienes te solicitan tu trabajo pero dan por sentado que es gratis? ¿Crees que pedir «la voluntad» es la mejor solución?

EN este artículo me gustaría explicarte la diferencia para un profesional entre fijar un honorario por su trabajo u optar por pedir donativos o la voluntad.

Tu relación con el dinero

En primer lugar habría que analizar por qué tenemos esa relación extraña con el dinero. TODOS necesitamos dinero. No es que sea una de las monedas de cambio, es que es LA MONEDA de cambio de nuestra sociedad. Cuando una persona (más las mujeres) tiene problemas para cobrar por su trabajo lo primero es trabajar sobre la mentalidad de merecimiento.  Si tú no crees que mereces cobrar, el problema empieza en ti. Antes de lanzarte al mundo, has de aclarar contigo misma cuál es tu trabajo, cuál es tu valor y qué precio vas a fijar por el mismo.

Mereces cobrar por tu trabajo, como cualquiera.

Nadie acude a la consulta de un dentista, ni al taller de su coche ni llama a una empleada de hogar pensando en que va a trabaja gratis. Así que :

  • No des por sentado que la gente espera que trabajes gratis ( aunque no lo creas, tu actitud y tu lenguaje son diferentes si partes de una premisa o de otra)
  • Aborda el asunto con normalidad
  • Ten especificadas de antemano tus tarifas y honorarios. Puedes tener un apartado en tu web o algún folleto.
  • Cuando sea posible, ten diferentes opciones  de precio para cubrir a un mayor rango de clientes.
  • Desde el primer contacto informa a tu potencial cliente de tus honorarios  o pregúntale directamente cuál de tus tarifas se ajusta mejor a sus necesidades.

 ¿La voluntad?

Cuando ofreces un trabajo  personalizado a cambio de un donativo dejado a la voluntad del que lo ofrece bajo mi punto de vista pasan varias cosas:

  • Pierdes imagen de profesionalidad
  • Corres el riesgo de que los donativos no cubran tus necesidades lo que repercute al final en tu calidad de vida, lo cual repercute a su vez en tu trabajo. Poco a poco tu profesionalidad se resiente.
  • Perpetúas la creencia errónea de que ciertos trabajos no merecen ser pagados, sobre todo los de servicios, se mantiene la idea de que te hacen un favor, como si te dieran una limosna. Y tú no estás apelando a la «caridad cristiana» , estás pidiendo una remuneración justa por tu trabajo.

donativo o tarifa Existen sindicatos y medidas para garantizar un salario mínimo porque en muchas ocasiones, desgraciadamente, dejar el pago a «la buena voluntad» del que lo otorga ha demostrado que se suele pagar a la baja.   donativo Mi opinión es que este tipo de «soluciones» al hecho de querer cobrar por el trabajo pero en vez de establecer un precio, aceptar donativos, lo que enmascara es una relación de doble moral con el dinero, o miedo a no ser tenido en cuenta. Es cierto que cuando alguien ha estado dando un servicio de forma gratuita y empieza a cobrar hay un periodo de carencia. Hay que tener una gran confianza en el propio trabajo y en el propio valor para saber que, tras un periodo de adaptación y de reeducación del entorno, del nicho y del sector, el sentido común acaba imponiéndose.

Si eres un buen profesional, tu reputación se impondrá y tus clientes, los de verdad, apreciarán el valor tras tu precio.

Y si no es así, entonces hay que replantearse el trabajo o tu nicho.

no trabajo gratis

Entonces ¿nunca gratis?

Cada profesional debe decidir si quiere ofrecer algo gratis. Lo que he contado no va reñido con el sistema que se conoce como FreeMium, esto es, ofrecer algún servicio gratuíto y los extras con más valor añadido de pago.

En muchos casos esto puede ser una opción: ofrecer por ejemplo un tutorial gratuíto y cobrar por la asesoría personalizada. O un webinar de información general en abierto y un precio extra por un curso más amplio. ES una opción. Pero una opción que ha de salir del profesional, nunca impuesta desde fuera.

Muy importante:

YO DECIDO LOS LÍMITES DE MI SERVICIO GRATIS

Yo por ejemplo compagino un servido de atención gratuito limitado.  Fuera de ahí, mi tiempo  y mi trabajo tiene un precio fijo. Además tengo la opción de suscripción económica a un Club de miembros con algunos servicios incluidos en una cuota mensual baja y descuentos en el resto. De este modo no rebajo mis limites, no pierdo en calidad de vida, casi cualquier persona puede acceder a mi trabajo, y todo el mundo sabe lo que tiene que pagar en cada caso.

Como he comentado en alguna ocasión, solicitar el pago justo por tu trabajo es lo equitativo, lo que iguala la balanza y quita la carga de dependencia de tener que agradecer continuamente al otro, bien que te pague, bien que te atienda.

retribucion justa

Relaciones tóxicas: El ginesaurio

Relaciones tóxicas: El ginesaurio

Ginesaurio: dícese del profesional de la ginecología y obstetricia que en lugar de trabajar con  TODA la evidencia científica como apoyo, sigue anclado en prácticas obsoletas, sin base científica, basada en protocolos absurdos incuestionables. Suele centrarse en el Yo a la hora de trabajar o explicar sus argumentos, más que en el principio ético y deontológico de respeto total al paciente, buscando atenderle de forma integral.

 

Es cierto que tu relación con el ginesaurio no va a ser tan larga como con un novio o un marido. Pero puede que sea más larga que con algún «rollo» eventual o pasajero, y te garantizo que los efectos de su paso «breve» por tu vida pueden dejar más secuelas de las que desearías.
Algunas mujeres han derramado más lágrimas por el trato recibido por un ginesaurio que por un abandono o un desengaño, y para variar, me incluyo también en este grupo.

«Yo también sufrí por un ginesaurio».

Características para distinguir a un ginesaurio de un ginecólogo/obstetra profesional

(más…)

El mundo necesita más Mercedes Granda

El mundo necesita más Mercedes Granda

Cuando le dediqué un artículo a Elena López os prometí otro para presentaros a la otra persona clave en Asesoras Continuum: Mercedes Granda.
Lo primero que debo hacer es disculparme por haber tardado tanto… al final ya sabéis, lo urgente se come a lo importante… y ese no es un buen sistema de trabajo.

Muchos ya la conoceréis por su web Mi Saquito Mágico.
Merce (como la llamamos sus amigas) fue una de las fundadoras de Red Canguro y recuerdo que cuando nos conocimos virtualmente era la más freaky del mundo de porteo que yo había conocido.
Se formó como monitora de porteo por una asociación belga, y recién llegada a España no sabía que había un grupo de locas como ella gestando lo que después se convirtió en el núcleo del que nació la Asociación española por el fomento del uso de portabebés.
En esa etapa nos juntamos un grupito grande de mujeres para hacer algo increíble, y he de decir que el tiempo y la vida nos ha alejado de la mayoría, pero tengo la suerte de contar hoy en mi trabajo con dos de ellas, valiosísimas para mi.

Casi desde el principio de trabajar en el porteo Merce demostró ser la wikipedia del porteo, de hecho la llamábamos cariñosamente WikiMerce, porque en el foro, cuando había preguntas relacionadas con la historia del porteo, portabebés raros, o porteo en casos especiales, Merce era la que más conocimiento tenía.
De ese modo la mayoría de las consultas de ese tipo se le derivaban a ella, lo que hizo que su experiencia práctica aumentara muchísimo,
A día de hoy, es frecuente en los foros y redes sociales que cuando hay dudas sobre estos temas, se cite a Merce para que les responda.

Merce no solo tiene experiencia por formarse y tratar familias,  ha vivido mucho de lo que hoy aconseja. Su segunda hija, Lea, una preciosa niña que ya desde su nacimiento dio lecciones de vida, fue diagnosticada de hemiparesia, con lo cual Merce ha pasado muchísimo tiempo con médicos, fisioterapeutas, rehabilitadores, enseñándoles en el día a día cómo el porteo beneficia no solo los casos como el de su hija, sino muchos otros.

Los últimos años se ha ido especializando en todos los temas que tienen que ver con Maternidad y Discapacidad, no solo el porteo, sino ya desde la búsqueda del embarazo.
Es socia de El Parto es Nuestro, lactivista, y por supuesto Formadora Continuum. Es una experta Asesora de Maternidad, especializada en casos de discapacidad (Porteo Adaptado)

En la  formación  de Asesoras Continuum es la responsable del módulo Porteo y Necesidades Especiales, y formadora junto a Elena y a mi en Porteo. Además como geógrafa especializada en geografía humana, sus clases de Historia del Porteo son fundamentales para formas asesoras de porteo completas.

Equipo Continuum

Mercedes Granda, Elena López y yo misma

Gracias  a Merce yo personalmente, he visibilizado las maternidades más ocultas, las relacionadas con la discapacidad en cualquiera de sus formas.
Si ser madre nos convierte en una especie de «discapaces» a los ojos de un sistema totalmente paternalista, cuando la madre parte con alguna característica limitante como punto de partida podéis imaginar  el periplo que ha de vivir para no ser más ninguneada o aniñada aún.

Los avances de la medicina y la ciencia hacen posible la maternidad en muchos casos en los que antes era difícil o imposible, pero a nivel social y/o emocional, nuestra sociedad sigue sin saber acompañar y asesorar a las familias que se enfrentan a este reto.

Madres con movilidad reducida, discapacidades varias, enfermedades limitantes, madres con bebés enfermos, a veces diagnosticados desde el embarazo, otras que se enfrentan a la dura noticia de que su hijo no es el «niño sano y perfecto» que soñamos… todas estas madres ( y padres) se enfrentan a muchos miedos y dudas.
Se necesitan personas preparadas y formadas, con experiencia en estas vivencias que sepan escuchar, orientar, derivar a losprofesionales necesarios y asesorar en temas como lactancia y porteo de forma seria y con conocimiento real, no a tientas o de oídas.

Nosotras tenemos a Merce.

Y vosotros también.

asesoras Continuum banner
Mercedes no solo trabaja para la formación de Asesoras Continuum, gracias a la tecnología, si necesitas su asesoramiento, puedes contactarla por  correo, teléfono o videoconferencia.

Contar con una Asesora de Maternidad puede marcar la diferencia en la vivencia de la maternidad, si tu maternidad es especial, contar con el asesoramiento de Merce sin duda puede  ayudarte a aliviar la carga extra que supone para ti.

EL mundo necesita más personas interesadas también en las minorías, personas que aman a las personas, sean cuales sean sus circunstancias, el mundo necesita más Mercedes Granda.

Yo soy afortunada porque he conocido a la primera  <3

Mercedes Granda

PD: Recuerda que puedes formarte con nosotras en Asesoras Continuum,  el curso completo o módulos sueltos. 
Asesorascontinuum@gmail.com

 

Relaciones tóxicas: El conquistador

Relaciones tóxicas: El conquistador

Una relación tóxica no siempre es aparentemente violenta.

A veces creemos que solo podemos calificar de tóxica una relación si hay golpes, insultos y/o vejaciones.
Pero no es así.
Igual que hay productos tóxicos que no te matan pero pueden hacerte pasar un mal rato o dejarte con secuelas de por vida, hay relaciones tóxicas que parecen menos graves porque no vemos la violencia directa.
Hoy voy a hablaros de uno de esos perfiles fascinantes a primera vista, a ver si os suena: (más…)

¿Sabes comunicar con tu cuerpo?

¿Sabes comunicar con tu cuerpo?

¿Sabías que al comunicar tu cuerpo habla más que tus palabras?

EL lenguaje no verbal compone más de un 70% del mensaje que transmitimos , si incluímos la voz,  el tono y modulación ese porcentaje aumenta todavía más.
Cuando uno toma conciencia de esta realidad lo más inteligente es intentar aprovechar ese poder, utilizarlo a nuestro favor para no perder fuerza con nuestro discurso.

En mis cursos de comunicación propongo varias formas de trabajar con el lenguaje corporal.
Lo primero por supuesto es reconocer cómo manejamos nuestras herramientas. Si a la hora de comunicarnos somos fluidos o si el nerviosismo al hablar ante otros nos vuelve rígidos o histriónicos o tendemos a apoyarnos en movimientos repetitivos sin demasiada coherencia.

Algunas personas tienen un don natural para hablar fluidamente y que el cuerpo acompañe, pero otros tienen que trabajar y practicar.

Va por delante que lo primero para que el lenguaje verbal apoye nuestro discurso es que sea cierto, es decir, que nos creamos lo que estamos contando, o si no se nos saldrán las mentiras «por las costuras».

Cartel de la serie "Lie to me"

Cartel de la serie «Lie to me»

Pero es verdad que el nerviosismo puede hacer que perdamos credibilidad, o parecer poco confiables, así que os propongo un ejercicio que aparte de ser provechoso puede ser muy divertido.

Cuando cantamos abrimos las compuertas de las emociones, y es fácil que nuestros cuerpo y nuestra expresión facial trabajen en sintonía con la letra. Nos pasa a casi todos, así que  si eres de los que te cuesta expresar al comunicar en público, si eres de los que tiende a parecer frío o rígido, canta.
Si puedes hazlo frente a un espejo, o mejor aún grábate, e intenta exagerar con tus movimientos y expresiones lo que la letra dice.
Si te has grabado puedes visionar la grabación y tendrás una idea más real de en qué cosas tienes que mejorar.

Mira cómo  estas personas cantan una canción en LSE (Lengua de Signos Española). Observa cómo todo el cuerpo comunica, la cara, el rostro, las manos, los movimientos que pueden ser lentos o rápidos marcando así diferentes grados de intensidad, diferentes emociones.
Es un ejercicio magnífico para explorar todas las posibilidades del cuerpo a la hora de transmitir.

 

 

Si hemos practicado este ejercicio «exagerado», luego en un ámbito más natural, nos será más fácil  comunicar con el cuerpo, con la expresión, con nuestros movimientos, con cómo ocupamos el espacio en una sala. Perder el reparo a usar todas nuestras herramientas nos hará ganar  en expresividad y en poder de convicción.

Gracias a Romina Bueno, del Centro  Psicopedagógico Aprendiz, y  alumna de mi curso de  Asesora de Porteo Mimos y Teta por enseñarme el fascinante mundo del LSE, donde saben muy bien que ellos no se limitan a traducir palabras… sino a expresar mensajes en toda su dimensión.

Y a otras cositas que he encontrado interesantes sobre la expresión con el LSE, mirad esta incluso sentada:

Disfrutad con el ejercicio y contadme vuestras impresiones y progresos <3

Qué hay detrás de los Selfies

Qué hay detrás de los Selfies

Ayer leía a una amiga lo estúpido que parece nombrar en inglés cosas que tienen su nombre en nuestra lengua, y yo que amo las palabras, en parte estoy de acuerdo.
A mí personalmente, me parece un snobismo llamar «muffin» a la magdalena de toda la vida, pero la lengua que utilizamos es algo vivo y nos guste o no, cambiante. A  veces por necesidad, a veces por uso, a veces por modas…  Nunca he oído a nadie usar «balompié», en vez de «fútbol», así que me temo que igual un día las magdalenas  serán solo  las representaciones de aquélla mujer que se cruzó un día con Jesús de Nazaret.

Pero volviendo al tema del título, hay una palabra que ya es parte del vocabulario habitual de la mayor parte del planeta sin ser angloparlantes: selfie.

¿Qué es un selfie?

Un selfie es una autofoto de toda la vida de dios.
Bueno de toda la vida no, porque hasta la llegada de los smartphones  y tablets, hacerse fotos estaba reservado a las BBC  (Bodas, Bautizos, Comuniones) y demás eventos especiales.
carrete fotosCuando yo era pequeña la cámara de fotos no es que fuera algo desorbitado de precio, pero había que comprar el carrete ( máximo de 36 fotos) y revelarlo, lo que no era precisamente barato. Así que sin ser un lujo en sí,  como tampoco era algo de primera necesidad, no entraba en el presupuesto habitual de la familia.

Y luego el tema logístico:  hacerse una foto a uno mismo con esas cámaras era complicado. No todo el mundo tenía un trípode, ni un disparador automático, ni todas las cámaras permitían el disparo retardado. Así que en a mayoría de los casos más que complicado era imposible.
Así que lo habitual es que  las fotos fueran grupales, o familiares, para aprovechar. De ese modo en vez de hacer una por persona salíamos todos a la vez. Bueno, todos  salvo el que la hacía, que o bien se turnaba con algún otro del grupo, o lo más frecuente, fuera siempre ese que se ofrecía a hacerlas «porque le salen muy bien» al mínimo atisbo de asomar una cámara.
Casi nunca era que fuera el mejor fotógrafo, sino la persona que menos se gustaba a sí misma (recordad este detalle).
Creedme que sé de lo que hablo.

El deseo de prevalecer

Antes de la llegada de las cámaras de fotos familiares,  ¿quién podía permitirse guardar su imagen para la posteridad o como recuerdo?
Pues la clase media, en situaciones contadas, cuando se iba a un fotógrafo profesional.
¿Y antes de eso?
Pues observemos las «redes sociales» de la época, es decir, los museos y palacios de hoy. En sus paredes vemos colgados los retratos de los nobles  e ilustres que podían permitirse encargar retratos.
O estaba la opción de ser musa de artista, aunque fueras prostituta y de ese modo conseguir pasar a la historia

Victorine Meurent musa de  Manet

Victorine Meurent musa de Manet

La mayoría de los pintores, que eran quienes podían y sabían se hicieron autorretratos, a veces series enteras. Auténticos selfies de su época que hoy admiramos

Autorretrato Van Gogh

Autorretrato Van Gogh

Si Las Meninas hubieran tenido un smartphone o una tablet sin duda la historia sería muy diferente

Imagen de Idígoras

El caso es que estoy harta de leer a psicólogos ,expertos  y opinólogos varios hablando de los trastornos que hay detrás de los selfies.

No digo que no tengan razón en algunos casos, incluso en muchos casos. Pero me repatea la necesidad de etiquetar todos los comportamientos humanos como patológicos.
Y por supuesto, a nivel personal, me repatea solemnemente que alguien crea saberse mi vida y milagros por las fotos que me hago o que me psicoanalice cuando ese no es más que UN aspecto de mi compleja psique (como de la de cualquiera, vaya).

Vivimos en una época totalmente audiovisual. En un mundo bombardeado de imágenes, donde las personas «de a pie» éramos siempre receptores. Ahora resulta que a mucha gente le parece bien, o divertido, o terapéutico, o lo que sea, no solo recibir imágenes de otros, sino emitirlas.

Y digo yo: ¿qué problema hay?

Como en todo, seguro que habrá nieveles de patología, por supuesto. Quienes se las hacen conduciendo y locuras por el estilo.
Pero es que locos los hay en todas las ramas (si yo hablara…).
En el mundo en el que yo me manejo que es entre mujeres principalmente, y particularmente entre madres, lo habitual es sentirse «inexistente».
La imagen femenina se ha usado y se usa para todo menos para hacer sentir bien a la propia mujer que la proyecta.
Crecemos con estereotipos imposibles de cumplir, oyendo continuamente adjetivos sobre nuestra imagen, no siempre positivos.
Digamos lo que digamos la imagen personal va asociada a ciertos prejuicios sociales, culturales, religiosos, etc. A veces incluso ideológicos.
Igual de prejuicio es decir que las guapas son tontas, a decir que las feas son más inteligentes. O  que para ser activista de cualquier causa supuestamente importante hay que ser descuidada o poco femenina, o ir rapada o vestida de negro y con chanclas. Estereotipos todos. Prejuicios todos.

Si una mujer no se gusta, eso va a repercutir en su vida, en la personal, en la de pareja, en la familias, con sus hijos, con sus clientes, con sus vecinos… en toda su vida.
Decirle que su apariencia no importa no solo es mentira sino que es una estupidez.

Claro que la apariencia importa, que me hace a mí mucha gracia quienes presumen de importarles poco la suya pero contratan a un diseñador para su logo, su web o combinan las cortinas con el sofá y/o buscan hacer fotos bellas a paisajes.
Respeto a quien quiera negar  las repercusiones de la imagen propia, en uno mismo y en los demás, pero por supuesto no lo comparto. Como diría una amiga, las personas son respetables siempre, las opiniones no.

Cuando trabajo con una mujer que no se gusta a sí misma una de mis recomendaciones es precisamente que se haga fotos. Que se las haga ella, llamándolas selfies o autofotos, o autorretratos o miradas en el espejo…. o que se haga una sesión con un profesional.
Que luego esas fotos las publique o no, eso ya depende de ella misma.
Pero  alguien que se ha pasado la vida escondiéndose, odiándose incluso, por no ser como se supone debe ser, o repitiéndose constantemente que «a mi no me importa mi imagen porque eso es frívolo»  y cosas parecidas, para tapar ese descontento o los complejos, lo que está haciendo es engañándose.

Porque su yo de verdad, se le saldrá por las costuras.

Y le saldrá en forma de burla o crítica a quienes son felices sintiéndose a gusto consigo mismas, o como yo digo: «ejerciendo de fea», lo que significa:  intentar demostrar a todo el mundo que eso no te importa, cuando en realidad te importa tanto que te duele.

Y repito: sé perfectamente de lo que hablo.

El primer paso es Mirarse, reconocerse, cambiar si se desea cambiar algo…
la meta: llegar a gustarse.

Como mujer, como madre, y como facilitadora de talleres de desarrollo personal estoy harta de ver que si las mujeres tenemos baja autoestima  en general, al ser madre la cosa puede  agravarse aún más.
El rol de madre es tan intenso, que es fácil perder la propia identidad al servicio del cuidado de la familia.  Pero sin entrar en detalle a analizar las connotaciones  de ese hecho, voy a mencionar solo uno:

Qué mensaje les transmitimos a nuestros hijos sobre nuestra propia percepción de nosotras mismas

Si nuestros hijos tienen que decirnos algo como: «¡Mamá, ponte en la foto!»... no estamos contribuyendo mucho a visibilidad y dignificar nuestro papel.

Nuestros hijos nos ven preciosas, porque lo somos

(Conste que odio poner publi de esta empresa… pero es el que mejor refleja lo que quiero decir)

Yo fotografío a mis hijos porque les adoro y estoy orgullosa de ellos y quiero guardar muchos momentos…
Y me fotografío  a mí misma porque por fin me quiero mucho más de lo que aprendí a quererme.
Y porque tengo derecho a ser vanidosa si me apetece… mi yo acomplejado lleva tantos años de ventaja en ese campo que puedo permitirme otros 30 y tantos de prevalencia del exhibicionista.
Y porque me da la gana
Y porque además… salgo monísima… que es algo que esas «feas» que me critican, al parecer no soportan.

Sigo siendo igual de buena profesional o no,
igual de buena madre o no,
igual de leal o no,
con selfies o sin ellos.

La diferencia es que soy libre de decidir hacer algo que me sienta bien a mi, y que sienta bien a gente que me importa.
Al resto, a esos que les molestan mis selfies o los de los demás…
Lo primero  esto:

Y lo segundo:
deciros que me importa exactamente NADA vuestra opinión.

Maléfica y su selfie

 

Relaciones tóxicas : El redentor

Relaciones tóxicas : El redentor

Hemos crecido rodeadas de mensajes que nos han hecho creer que el amor es muchas cosas cuando la realidad es muy diferente.

HOy escribí un post para mi blog personal a raíz de una canción ( que es uno de mis hobbys, coleccionar canciones según mis vivencias y estado de ánimo).
Pero como suele suceder la inspiración llega como quiere  y me salió un post sobre as relaciones tóxicas.
En concreto sobre el deseo de cambiar al otro y lo que ese deseo esconde en realidad.
Como la red social que más trabajo es Facebook el artículo generó cierto debate y me he animado a escribir mis reflexiones al respecto. Podría parecer que no está muy relacionado con mi trabajo pero no es así.
PArte de mi trabajo de desarrollo personal con mujeres es trabajar el empoderamiento personal, y este pasa por reconocer actitudes de sumisión, voluntaria o forzada por otros.
Muchas mujeres (hombres también,aunque la verdad es que en muchísima menor medida) han sufrido a lo largo de su vida alguna relación tóxica, esto es , una relación en la que hay algún tipo de maltrato, abuso o falta de respeto. Estos hombres suelen ser celosos y posesivos en grado a veces patológico aunque ellos se crean en el rol de ser salvadores de las mujeres a las que dicen amar.
Partimos de la premisa de que cuando alguien quiere «salvar» a otro de si mismo está adquiriendo un papel de superioridad que ya nos da que pensar. Sobre todo porque la salvación no se suele referir a aspectos de vida o muerte, somos si esa persona abusara de drogas o condujera a 200km/hora por la autopista, sino a salvación en el plano moral, al más puro  estilo mesiánico.

Cómo reconocer a un candidato a mesías tóxico. (más…)

Cómo tratar a los clientes

Cómo tratar a los clientes

¿Te suena este letrero?

El cliente siempre tiene la razón

El cliente siempre tiene la razón

Si tienes clientes  sin duda sabes que esa afirmación no es cierta.
Entonces, ¿por qué se acuña ese lema como el paradigma del buen servicio al cliente?

Pues porque la realidad es que :

«El cliente NO SIEMPRE tiene la RAZÓN
pero
SIEMPRE ES la RAZÓN
de nuestro negocio»

Es así de sencillo: si nos dedicamos a vender servicios y/o productos y no tenemos clientes, no tenemos negocio.
De ahí que sea tan importante no solo conseguir un cliente, sino  fidelizarlo para que repita y nos recomiende.

¿Cómo conseguir que tus clientes trabajen para ti?

Podemos conseguir que nuestros clientes  se conviertan en nuestros «comerciales sin coste» con muy poco esfuerzo.

Si tu cliente:

  • queda contento con tu trabajo
  • si le has dado más de lo que espera
  • si has satisfecho sus necesidades, las que te ha expresado y las que no
  • si hay una relación justa entre el valor y el precio

Lo más fácil es que  si tiene que volver a contar con ese producto o servicio recurra a ti.

Todos lo hacemos: la mayoría de las compras que efectuamos de bienes o servicios habituales, las hacemos en los mismos sitios mientras no tengamos experiencias negativas.

Un ejemplo real: Yo tengo el mismo asesor fiscal cada mes, no voy cambiando a ver si  encuentro otro mejor porque sí. A no ser que vaya notando que como soy una clienta fíja empieza a descuidar su trabajo conmigo o a ser informal o negligente.

Si lo que vendes no es un bien de consumo habitual, razón de más para dar un trato excelente. LA gente antes de comprar o contratar productos o servicios no habituales pide referencias a su entorno o en foros. No hay mejor publicidad que la que te hacen tus clientes satisfechos.

Es publicidad gratis y efectiva porque todos preferimos las compras referenciadas por alguien que conocemos.

En general todos podemos ser muy buena gente y nos gusta compartir lo bueno que  hemos encontrado, así que la próxima vez :

 que respondas un correo electrónico,
que atiendas el teléfono,
que prepares un envío,
que atiendas tras tu mostrador,
que cocines un plato, o planches ropa o des cualquier servicio a  otro….


piensa si lo estás haciendo de forma automatizada o poniendo lo mejor de ti.

Piensa que ese cliente de hoy es LA RAZÓN de tu trabajo. Que te ha escogido entre un montón de otras ofertas de gente que hace u ofrece lo mismo que tú. Que el pago que recibes de él es lo que hace posible que pagues tus deudas, las clases de inglés de tus hijos, la letra de tu coche o tus vacaciones soñadas.
Quizás creas que no es así, que de él solo vas a obtener una pequeña cantidad de dinero, pero no puedes saber cuánto dinero te puede llegar a hacer ganar ese cliente en concreto si por su experiencia positiva te recomienda a muchísima gente.
Y de todos modos, aunque no fuera así, aunque nunca le hablara a nadie y solo sacaras el pago de su servicio o producto, darle el mejor servicio posible es lo que merece: porque él apostó por ti.

Y porque cuando dar un trato excelente no es algo anecdótico sino algo habitual, estás más cerca del éxito en tu negocio.

En el próximo pots os hablaré de cómo tratar con los clientes desagradables en la entrada

¿Puedo despedir a mi cliente?

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AsesorARTE

Del voluntariado al negocio: mi relación con el dinero

Del voluntariado al negocio: mi relación con el dinero

He sido voluntaria durante décadas. Lo sigo siendo. Es parte de mi, parte de lo que soy.

Ahora soy empresaria.

Y fundé mi emprendimiento  aprovechando mucha de la experiencia que adquirí en el voluntariado. Como yo, hay todo un colectivo de mujeres, que tras su maternidad se replantean su vida profesional y laboral.

Ser madre es en muchos casos un punto de inflexión, un replanteamiento de prioridades, objetivos y metas.

Esperando una verdadera conciliación que no llega, nos toca a nosotras buscar alternativas para vivir, no como nos marcan desde fuera, sino como queremos y merecemos. No queremos renunciar a criar nosotras mismas a  nuestros hijos, ni perder calidad de vida por no tener un salario justo.

En este marco surgimos las nuevas emprendedoras.

Y como la propia definición del término implica, emprender es una labor no exenta de dificultades.

La primera : nosotras mismas y nuestros propios miedos, tabúes y prejuicios. Empezando por salir de la zona de confort que nos han inculcado desde niños, la idea de la seguridad del “sueldo fijo” y pasando por revisar nuestra relación con el dinero.  Una emprendedora tiene que tener claro que

cobrar por dar un servicio no solo no es vergonzoso, sino que dignifica.

 

Cuanto antes una emprendedora asiente estas bases, mejor le irá en su negocio. Esto redundará en su seguridad económica y en la de sus hijos.  Y estará inculcando en ellos cosas tan importantes como que el éxito está en vivir de lo que a uno le gusta y apasiona. ¿Y no es esa una buena meta en pos de la cual ir?

Yo cobro por asesorar a familias en todo lo relacionado con la maternidad.

  • ¿Que creo que es un trabajo importante? Claro.
  • ¿Que en  cierto modo es triste que para obtener apoyo en temas como la lactancia o el porteo haya que pagar? Pues no.
    Porque todos los trabajos relacionados con transmitir experiencia y conocimiento se pagan.

Quizás sería diferente si en vez de ser pagados por las familias, lo cubrieran los organismos oficiales. Pero como dije, si no lo financia el Estado que todos contribuimos a mantener, no lo vamos a financiar las propias asesoras.

Porque al final la cuestión es: o lo financias tú o te lo tengo que financiar yo. Y tú financiarías solo tu caso, del que además te beneficias directamente y  a mi me tocaría financiar a decenas, incluso a cientos. Porque en algún lugar hay que poner el tope, y el tope decidí ponerlo yo.

Si estás pensando en emprender no olvides tener claro qué opinas del dinero y de tu propio merecimiento.
Y sé generoso al pagar a otros por su trabajo, sea el que sea.  Si algo he comprobado es que quien paga bien, cobra bien.

 

 

¿Negociador o negociable?

¿Negociador o negociable?

Negociar es un arte. En eso estamos todos de acuerdo.
LA pregunta es : ¿Lo dominas?

En el arte de la negociación se busca  el win to win, es decir que ambas partes ganen en el acuerdo o decisión tomada. Pero la realidad es que  a veces sentimos que cada vez que negociamos rebajamos más de lo que queríamos. Nos convertimos en más «negociables» que «negociadores» con lo que eso implica.
Hoy voy a compartir contigo un par  de  Tips de mi taller Empodérate.

  • Establece tus límites

¿Tienes claro cuáles son tus límites infranqueables?
Todo negociador tiene que tener claro qué límite no puede cruzar.
Con el ejemplo de una puja en una subasta lo verás claro: Si voy a pujar por algo que me interesa tengo que saber cuál es la cantidad máximo que pudo permitirme pagar.
Algunas personas encuentran tanta emoción en la puja en sí que sobrepasan su límite con tal de ganar.
LA euforia de ganar no compensa el verse con una deuda que no se puede afrontar o el darse cuenta que se ha pagado por un producto mucho más de lo que vale.
No nos engañemos: la meta no es ganar a toda costa, sino ganar en condiciones favorables.

John Ritchie -The captain's auction

John Ritchie -The captain’s auction

Del mismo modo que en el ejemplo de la subasta, en la vida  he de saber  antes de negociar  en qué aspectos soy flexible y estoy dispuesto a ceder y en cuáles no.
Si siempre rebajo mis normas para agradar a otros o por miedo no solo estaré  perdiendo mi parcela de poder personal, ese que es intransferible, también perderé el respeto de quien negocia conmigo.

Nadie paga el precio de salida de un producto que se anuncia con «precio negociable». Por eso  debemos evitar ganarnos la fama de ser «negociables» con nuestros principios y valores o  todo el mundo nos exigirá más de lo justo.

Dado que en toda negociación hay que poner un límite, lo inteligente es que tengas tú bien definido el tuyo.

 

Negociador

 

Si te gusta el cine como a mí, te recomiendo ver esta película  y observar en acción algunas de las principales tácticas de negociación. Verás como te suena mi segundo tip 😉

  • No hagas una pregunta a la que te puedan responder con un «NO»

Nada hay que corte más una negociación que una negativa directa, así que aprende a evitar hacer preguntas a las que te puedan  responder con un NO.

Solemos abusar de las preguntas tipo :
«¿Puedo…..?
Con esa frase demuestras poca capacidad negociadora porque dejas en manos del otro el poder de negarte lo que quieres y un buen negociador sabe plantear las preguntas de otra forma.
Si quieres aprender más sobre este y otros tips estáte atent@ s mi próximo taller Empodérate.

 

Talleres en Algeciras y Sevilla

Talleres en Algeciras y Sevilla

Dicen que el círculo es la figura geométrica más perfecta… yo que no sé demasiado  de geometría, no sé si es cierto.

Lo que sé, es que es la figura ideal a formar cuando se reúne  un grupo de personas  a hablar, a mirarse, a compartir…Se crea algo especial, todos formando parte de algo,  nadie por encima, ni al frente de nadie.

Y creo que en círculo la energía se mueve entre todos, que al ser una figura cerrada, no se dispersa… sino que va pasando y recogiendo y repartiendo… como algo mágico que crece.
Quizás por eso cuenta la leyenda que el Rey Arturo mandó construir una mesa redonda…

 

Esa es la forma que solemos elegir los grupos de mujeres*, al estilo de las reuniones alrededor del fuego de casi todas las culturas. En ese caso todas recibiendo luz y calor del centro, de la hoguera. (más…)

Hijos felices

Cómo acertar con tu Imagen Personal

Nunca copies… en todo caso homenajea.

Una clave para que tu imagen sea atractiva ( que es algo que va más allá de ser guapa, «estar buena», o despertar el interés sexual) es que seas tú misma. Que te identifique, potenciando tus virtudes y tus puntos fuertes.

Algunas personas tienen un estilo muy definido y  eso es parte de la imagen que proyectan.

Otras no encuentran uno que se adapte a ellas con el que sentirse cómodas y favorecidas.
En esos casos es fácil caer en la trampa de imitar a alguien a quien admiramos, que nos gusta o a quien querríamos parecernos ( por uno o varios aspectos).

Los riesgos de imitar

El primero : que se nota y queda vulgar.
El segundo : que podemos dar la impresión de ir disfrazados y eso nunca, nunca transmite una imagen positiva. El que se disfraza quiere ocultarse y sacar el máximo partido a nuestra imagen es precisamente mostrar nuestros puntos fuertes.

 

Si en algún momento quieres usar un «look» diferente, homenajea, no copies.
Es decir, usa ese look concreto como inspiración pero dale tu toque. Así conseguirás un doble efecto positivo.

COn un ejemplo lo veréis claro.
El look de Audrey Hepburn, si yo lo copiara quedaría ridícula. Ni mi físico, ni mis rasgos, ni mi expresión se parecen en nada a los suyos…


Pero puedo usar esa base… y añadirle algo mío

Tan malo es no tener ningún estilo como que ese estilo sea tan limitante que no nos permita cambiar para adaptarnos a las circunstacias o a roles diferentes.

A veces un pequeño cambio  proyecta una imagen diferente, para un momento o actividad diferente.

Aprende a Sacarte Partido

Pon una Elena López en tu vida

Pon una Elena López en tu vida

 

¿Cómo te organizas para ser madre de 2 hijos, educarlos en casa, llevar una tienda on line, un grupo de crianza, una casa, una formación  con medio centenar de alumnas, varias webs, hacer cursos, dar talleres, viajar, escribir en revistas, dar conferencias…?

Esa pregunta me la hacen a menudo.

Quizás si eres de las personas que me siguen a través del blog o de Facebook también te la has hecho alguna vez al ver mi «actividad» habitual.

Yo siempre digo que si vieran mi casa lo entenderían  🙂
El tiempo es lo más democrático que hay, todos tenemos los días de 24 horas. Nadie tiene un día con más ni con menos tiempo. Seamos madres o no, trabajadoras en casa o no, empleadas o no, emprendedoras o no, sanas o no, con más o menos medios y cultura: TODOS DISPONEMOS DE LA MISMA CANTIDAD DE TIEMPO.

Pero es evidente que hay gente a quien le cunde y otros que siempre van con la sensación de no llegar a nada. Y eso es cierto, de ahí que haya un refrán que reza así:
«Si quieres que algo se haga, dáselo a una persona ocupada».

Yo no soy una persona especialmente organizada, más bien tiendo a lo contrario. Siempre he sido de las de hacer las cosas a última hora, con el tiempo justo, la última noche… Es cierto que ser resolutiva te da la confianza de que en general puedes hacerlo así, y que el bagaje y la experiencia son una buena base para «improvisar» (de donde no hay no se puede sacar y menos improvisando) pero realmente cuando quieres ser profesional hay que replantearse los vicios en la forma de trabajar para hacerlo de forma mucho más eficiente y sin estrés añadido.

Entonces, ¿qué cosas he incorporado yo a mi vida que han hecho posible que la reina de la desorganización pueda ser hoy emprendedora de éxito?

Voy a compartir contigo 3 tips que a mí me  han cambiado la vida:

  • Aprende a decir «no»

Parece una obviedad pero hasta que no te enfoques en lo que realmente te interesa y apartes lo demás no conseguirás alcanzar objetivos.

  • Ponle el justo valor a tu trabajo y cóbralo

Si regalas tu trabajo, aquello en lo que eres buena, luego tendrás que trabajar en otras cosas para poder vivir y eso repercutirá en tu estado de ánimo, en tu vida personal y familiar, en tu emprendimiento. Si cobras por tu trabajo bien hecho no tendrás luego que invertir más tiempo en ganar dinero. Ganarás dinero con ESE trabajo de forma más rápida y efectiva.

  • Delega, subcontrata y colabora

LO pongo en tercer lugar pero realmente para mi es mi herramienta fundamental.
Tenemos la mentalidad del emprendedor multifunción , del que lo hace todo él. Atiende clientes, lleva su web, los impuestos, las facturas, y hasta limpia la oficina.  Hay que cambiar ese chip.
Si yo delego, por ejemplo, las tareas de mi casa en otra persona, esas horas las rentabilizo más dedicándome a mi emprendimiento. Es verdad que parece que gasto dinero, pero en realidad no es así. Porque esas 4 horas que puedo pagar a la semana para tener un lugar de trabajo limpio y ordenado consiguen que a la hora de trabajar me cunda más porque estoy en un estado de ánimo más dispuesto y porque mi trabajo es más valioso (cuantitativamente) que lo que estoy invirtiendo en eso que he subcontratado.
Cuando me planteé mi curso de formación tenía claro que iba a apostar por un modelo colaborativo que iba a enriquecer mi proyecto a varios niveles.

La primera persona a la que invité fue a Elena López. ¿Sabéis por qué?

Elena López y Nohemí Hervada

Pues por lo que decía el dicho que os comenté: es una persona muy bien formada y muy ocupada,  con una capacidad de trabajo y organización que yo no tenía.  Ella complementa lo que a mi me falta y esa es la clave del modelo colaborativo.
Siempre digo que yo necesitaba una «Elena» en mi vida que me recordara la importancia de marcarnos metas, objetivos… y PLAZOS.
De hecho desde que empecé a trabajar con ella uso mucho esta expresión:

Pon una «Elena López» en tu vida.

No siempre las colaboraciones funcionan como una espera. Es cierto que a veces hay decepciones, incluso pérdidas económicas y personales por equivocarnos al escoger. Pero de todo se aprende.  Y al final aprende una a encontrar a las Elenas de su vida y a mantenerlas cerca.
Para mí es un lujo tenerla de socia, que se implicara en mi proyecto como si fuera suyo, que tuviera una visión mucho más clara incluso que yo del alcance de nuestro trabajo. (De hecho estoy pensando en blindarle el contrato :-D)

No todas podéis asociaros con Elena López, pero ahora sí podéis  «ponerla» en vuestra vida porque acaba de lanzar su nuevo proyecto :

Ateneo De Monitos y Risas

¿A qué esperas para poner a Elena  López en tu vida?

PD: En breve te hablaré del otro pilar de mi proyecto, mi otra socia Mercedes Granda

Nadie se muere de desamor

Nadie se muere de desamor

Relaciones · Límites · Sin filtros

Nadie se muere de desamor.

Pero duele como si sí. Un desengaño amoroso es un duelo, y como todo duelo, no tiene atajos. Estas son las verdades que no te va a gustar leer.

Desengaño amoroso: un punto rojo que se queda y círculos grises que se alejan y se desvanecen

¿Has sufrido algún desengaño amoroso? ¿Te han dejado alguna vez? Si es así, sabes lo desoladora que puede ser esa experiencia.

Nos pasamos la vida oyendo frases como "sin ti no soy nada" o "sin ti me muero", porque casi todos hemos sentido alguna vez que, tras un desengaño, todo pierde sentido.

Pero ¿es cierto? ¿Podemos morirnos de amor, o mejor dicho, de desamor?

El duelo

Un duelo con alguien vivo

Morirse no es tan fácil. Pero eso no quiere decir que no sea una experiencia dolorosa, dura y, a veces, traumática. Y tiene que serlo, porque en el fondo un desengaño es un duelo.

Muertes, abandonos, cambios, pérdidas, fracasos: todo lo que implica una pérdida importante es un duelo. Pero el desengaño tiene un agravante: la persona que ya no está sigue viva.

Cuando muere alguien a quien amamos, el dolor es atroz porque es irreversible. No hay nada que podamos hacer para recuperarlo. Y, por brutal que suene, esa irreversibilidad ayuda a hacer el duelo: no hay esperanza de volver.

Cuando nos dejan, la otra persona sigue ahí. Y eso alimenta lo único que no ayuda: la esperanza de que vuelva.

Los dos duelos comparten mucho: no son lineales, hay recaídas, volvemos una y otra vez a los momentos compartidos. La diferencia es que en el desamor seguimos esperando.

La anestesia

Fantasías contra el dolor

Como la otra persona sigue viva, nos aferramos a la idea de que puede volver. Y fantaseamos sin parar:

Imaginamos escenarios en los que las cosas cambian.

En los que la causa de la separación ya no existe.

En los que una inspiración casi divina le hace ver que estamos predestinados.

Ni que decir tiene que es una ilusión. Da igual que siga vivo. Si no te quiere, no te quiere.

Fantasear alivia el dolor en el momento, pero lo agrava cuando chocas con la realidad. Es como beber o tomar pastillas para anestesiar las emociones: cuando pasa el efecto, la emoción sigue ahí, y tú estás peor preparada para gestionarla.

No hay atajos. El dolor hay que pasarlo, y cuanto antes, mejor.

Lo que no quieres oír

Verdades que tienes que oír

No me gusta llamarlos consejos, porque no sé si lo son. Lo que sí sé es que, si estás en esa situación, no te va a gustar leerlos. Nunca gusta.

1. Acepta que es un golpe a tu ego

No te quiere a ti. Así de sencillo. Cuando entiendes de dónde viene el dolor, es más fácil saber hacia dónde caminar para gestionarlo.

2. No negocies

Da igual lo que estés dispuesta a ofrecer, a dar, a cambiar. No te quiere. Eso salió de la otra persona, y no va a cambiar porque cambies tú.

Para negociar hacen falta dos partes que quieran llegar a un acuerdo. Cuando una ya se ha ido, no hay nada que negociar. Lo único que te queda por proteger son tus límites. Y si intentas negociar, puede que te pierda el respeto, y será aún peor.

Hay cosas que se negocian. El amor de alguien que ya no te quiere, no.

3. No va a seguir siendo tu amigo

Es imposible, al menos hasta que los sentimientos desaparezcan. Si te tiene cariño, te lo propondrá para que no sufras. Pero no entres en ese juego: no es real, y a veces solo sirve para aliviar su sentimiento de culpa.

4. Corta los lazos pendientes

Oblígate a cortar los flecos pendientes. Si no tienes fuerzas, pídele que lo haga la otra persona.

Una vez hecho, mantente en tu decisión.

Quita su número de tus contactos frecuentes y evita los lugares que sabes que frecuenta.

Resiste la tentación de preguntarte a cada rato qué hace y ocupa tu mente en otras cosas. Los amigos son la mejor terapia.

5. Da igual si hay otra persona

El dolor es el mismo. Si te deja por alguien, te sentirás inferior. Si te deja por nadie, creerás que prefiere estar sola que contigo. Los dos pensamientos están distorsionados.

No queremos a las personas por comparación: sencillamente las queremos o no. Si apareció alguien, fue una consecuencia, no la causa.

6. Un clavo no saca otro clavo

Lo primero que quiere un ego herido es que alguien lo levante. Puede distraerte, pero es otra anestesia.

Si un desengaño hunde tu autoestima, es que le diste a la otra persona un poder que no debería tener. La autoestima es eso: estima por una misma. Tu idea de quién eres y cuánto vales tiene que ser independiente de que alguien te quiera o no.

Si no, cuando esa persona se vaya, necesitarás a otra que te vuelva a levantar. Y entrarás en un círculo vicioso: la necesidad de gustar a todo el mundo es una droga peligrosa.

7. Míralo con objetividad

Hasta ahora lo has idealizado. Seguramente, en la última fase antes de la ruptura, mientras intentabas salvarlo, te centraste en lo que tú hacías mal. Es el momento de mirar con objetividad: una relación que no funciona es cosa de las dos partes.

8. Céntrate en ti

No busques en quién volcar el amor que te sobra, al menos no en otra pareja. Tampoco te escondas en el trabajo. Mímate. Tómate el tiempo de sanar. Conócete y reconócete.

9. Aprende algo de esto

Es una buena ocasión para preguntarte por qué quieres a personas que no te corresponden. Ese análisis puede llevarte a conocer tus heridas más profundas y los vacíos que arrastras y que no vas a llenar con nadie.

Si lo que hubo fue un engaño y estás pensando en perdonar, te puede servir esta serie: Perdono, pero no olvido y La última oportunidad.

Para terminar

Atravesar la tormenta

Si ves este trance como una oportunidad de aprender, como algo que te hará más sabia y más consciente, será mucho más fácil atravesar la tormenta y dejar la amargura en el agua, sin llevarla contigo a la orilla.

Y aprende a distinguir lo que se negocia de lo que no. En el amor, en el trabajo y en la vida.

Nadie se muere de desamor. Pero sí se puede perder una misma intentando no perder al otro.

— Nohemí Hervada

Hijos felices

¿Te cuesta cobrar por tu trabajo?

Ayer participé en las Jornadas on Line: «Mujer y Dinero» organizadas por la Editorial ObStare.
Mi ponencia se tituló:

«Del voluntariado al negocio. Mi relación con el dinero»

Si ya a muchas mujeres les cuesta pedir la remuneración por su trabajo, si procedes del voluntariado, o si sencillamente nunca has trabajado por tu cuenta y ahora empiezas, la idea de «pedir dinero» es una de las primeras barreras  a franquear.

Lo primero es dejar de percibir esas palabras: «dinero» y «cobrar» como negativas. Porque la mayoría de las veces son negativas solo para nosotras.

Cualquiera que sea tu cliente, sea cual sea el sector en el que trabajes, todas ls personas que tratas usan dinero y todas pagan  por servicios y/o productos.
Así que no estás implementando nada nuevo.

Quizás lo nuevo sea que tú cobras. O la actividad por la que cobras. O la cantidad que cobras.

Da igual.

El caso es que ESO ES LO NORMAL

Si queremos que los demás vean normal el hecho de cobrar por nuestros servicios hemos de empezar por normalizarlo  nosotras.

Comprendo que al principio cuesta, así que suelo recomendar empezar usando otras fórmulas que no usen esos términos que nos molestan o nos resultan incómodos.

Puedes sustituir las palabras y conceptos relacionados con «dinero» y «cobrar»  por otras como «honorarios» , «tarifas», «contratar» y similares que tienen el mismo significado pero no tienen en general la connotación negativa que le damos a las primeras.

De este modo en vez de decir:

«Yo cobro x por mi trabajo»

puedes decir:

«Mis honorarios son x»

Si alguien quiere pedirte opinión profesional  y no estás seguro si sabe que ese tiempo lo vas a cobrar puedes decir:

«Voy a mirar mi agenda a ver cuándo puedo darte una cita para una asesoría, mientras tanto te mando  información sobre mis servicios y tarifas» 

Para ello recomiendo tener una página web o un PDF preparado para reenviar por correo electrónico de forma inmediata. Eso da sensación de normalidad y sobre todo, de profesionalidad.

 

Son 2 tips muy sencillos pero muy efectivos para empezar a reeducarnos nosotras y reeducar al entorno.

Sobre todo recuerda:

tu trabajo tiene valor, tu tiempo tiene valor y tu experiencia tiene valor.

Tú lo sabes y tus clientes también.
Quienes no lo ven así no merecen que pierdas demasiado de tu valioso tiempo en explicárselo.

Pon en práctica estos consejos y cuéntame si te son útiles. Si crees que necesitas una sesión más personal para trabajar estos temas no dudes en pedirme una cita ;-).

Hijos felices

¿Cómo escoger un nombre para tu emprendimiento?

Hace años trabajé en un bazar de esos que venden cosas electrónicas, perfumes … de todo un poco.

En ese tipo de establecimientos era habitual encontrar artículos que copiaban a marcas conocidas con nombres casi idénticos.

A mí me parecía un timo directamente (ya no entro en los aspectos legales) y recuerdo preguntarle al dueño si no le parecía que eso era engañar. Él me decía que si alguien es tan tonto como para no darse cuenta no era su problema.

Dejando al margen la calidad profesional de mi ex-jefe, algo aprendí de esa experiencia: que siempre va a haber gente que intentará robar o estafar o aprovecharse del trabajo de otros y que hay consumidores de todo tipo. Porque lo cierto es que esas copias se vendían, claro que a un precio mucho menor, con lo cual también habría que dar un tirón de orejas a los consumidores cuando creen que están ante la ganga de su vida. Si algo es demasiado barato comparado con el valor que se supone que tiene… desconfía.

Ningún negocio se mantiene regalando sus productos. Así que sea lo que sea que compres: un producto o un servicio, asegúrate del valor real.

De todos modos mi post va en otra dirección.

Tengo varias marcas registradas desde hace años y en el mundo en el que empecé mi emprendimiento no paro de ver cómo surgen nuevos blogs, webs y tiendas . Eso es positivo: cuanta más gente trabaje para ampliar mercado más clientes, y cuanta más competencia más habrá que trabajar para seguir siendo un referente.

Pero me sorprende que estas personas que empiecen se empeñen en poner nombre a sus proyectos que son prácticamente iguales a los ya existentes.

El mundo de la maternidad y el porteo están prácticamente copados todos los monos, canguros, koalas y demás animalitos con cría, por no hablar de los mimos, abrazos y teta…
No todos vamos a ser creativos publicitarios, pero digo yo que empezar una empresa con un nombre que es muy fácil asociar a otro, es aparte de moralmente reprobable, una mala apuesta empresarial.

El objetivo al que aspiramos todos los que emprendemos y tenemos una marca es a que se reconozca. Es más, si consiguiéramos que la marca identificara el producto o el sector sería la bomba. Algo como lo que pasa cuando decimos:
-«Voy a comprar pan Bimbo»

Si vas a empezar un negocio y has pensado en un nombre que identifique la actividad o producto pregúntate :

  • -¿Existe ya otro negocio del mismo sector o relacionado con ese nombre o parecido?
  • -Si existe aunque no sea exactamente igual, no es preferible escoger otro a arriesgarme a crear confusión?
  • -¿Es el nombre que he escogido solo una variante de otros?
  • -¿No me hará parecer eso como de segunda categoría?
  • -¿Quiero que me confundan entre la gran maraña de tiendas iguales o pretendo tener identidad propia?
  • -¿El nombre que he escogido contribuirá a ser recordada o a ser olvidada con facilidad?

Y lo más interesante…

Piensa en las grandes marcas fácilmente reconocidas del mundo empresarial y comercial

Prácticamente ninguna identifica en el nombre el producto.

Y eso no ha impedido que todo el mundo las reconozca.

Así que aprende de los grandes en esto del marketing ( no entro a valorar otras cosas, en este post hablo solo de marcas y posicionamiento), sal de lo que crees que es la zona segura y lánzate con algo único.

Porque además de todo eso, como propietaria de una marca registrada te diré que molesta mucho, mucho, mucho, que alguien intente copiarte o «inspirarse» en tu trabajo. Cada vez que veo un blog maternal con algún derivado de la palabra «mimos» ya me anima a no entrar a leerlo.
No empieces así en un mundo en el que quizás algún día te interese tener colaboraciones 😉 .

 

Hijos felices

¿Quién da el primer paso?

Hace tiempo alguien le planteó esta pregunta a un auditorio:

 

 -«En caso de conflicto en una relación,
¿quién da el primer paso para solucionarlo?»

Los asistentes empezaron a responder:

 

  • -«El que lo comenzó»
  • -«El otro»
  • -«El hombre
  • -«La mujer»
  • -«El culpable»
  • -«El ofendido»
  • – etc…

¿Qué pensáis vosotros?

Independientemente de que cada situación es única, dada entre personas únicas y que generalizar  suele ser estúpido,  nuestra respuesta ya nos da una pista sobre nuestra propia forma de tratar los asuntos.
Si eres mujer y respondes : «el hombre», ya se atisba cómo van las cosas con tu pareja ( y viceversa)
Si eres de los que contesta: » el culpable», lo mismo.
Cuando hay un conflicto, por lo general, ambas partes creen tener razón, así que  ese tipo de respuestas no sirven.

¿Cómo esperar que el culpable ( el otro) dé el primer paso si él piensa que el culpable eres tú?

En esa espiral el argumento de que actúe el que causó el daño no sirve para restaurar lo perdido.

Si te crees con la razón, y eso te impide dar el primer paso, habrás ganado la batalla ( en tu ego solo) y serás como el rey de El Principito, ganador, con el poder,  pero solo.

 

Y por definición, un rey (  o un ganador) solo,  no es nada.

Así que, si eres una persona orgullosa, criada como casi todos en la idea de: «quien la hace la paga», y esperas que sean los demás los que muevan ficha, ten cuidado.
Encontrarás a gente dispuesta a hacerlo, y eso solo hará que alimentar más tu ego y tu decisión de esperar siempre que sea el otro el que se «rebaje» . Y pasará que quizás un día, la persona que más te importe no lo haga, y sencillamente la pierdas. La pierdas por puro orgullo convertido en estupidez. Porque así es como vemos al rey del cuento: un estúpido.

La respuesta entonces sigue sin ser clara. ¿Quién da el primer paso?

El conferenciante contestó:

-«El más maduro de los dos»

En otro proverbios antiguos he encontrado la versión que dice que  es «el más sabio de los dos».

La madurez no es solo tener más  y mejores cualidades que el otro. Puede haber gente muy humilde y muy inmadura.
La madurez, o la sabiduría, la da la experiencia de saber o llegar a divisar  el resultado de nuestras acciones antes de que ocurran.
Una persona madura, aunque tenga orgullo, aprende a controlarlo y a pasar por encima para recuperar algo o a alguien que le interesa tener.
Una persona madura sabe que pedir disculpas no es una debilidad.

Y una persona madura sabe que si su acción no tiene la respuesta esperada tampoco es para martirizarse de por vida.

Uno hace su parte esperando la respuesta correspondiente de parte del otro. Si no llega, es cuestión de esperar, manteniendo las vías abiertas.

En un mundo perfecto todos responderíamos bien a la primera. Pero no es un mundo perfecto, y nosotros somos la gran prueba de ello. Y todos tenemos una gran mochila que a veces nos condiciona demasiado.

Estos días una amiga contaba que hace años alguien se apartó  de ella sin saber muy bien por qué, sin dar explicaciones, molesta y sin querer escuchar una disculpa o tener una conversación para aclararlo.
Me recordó a algunas personas que tras un tiempo de bastante cercanía un día decidieron desaparecer sin más. Ni un adiós.

Intenté preguntar, saber qué pasaba, y nada. No pretendía retomar una relación que la otra persona no quisiera, pero al menos despedirnos en condiciones.

Un par de estas personas que pasaron por mi vida nunca respondieron.

Y por supuesto ante esto solo queda el respeto a la voluntad del  otro. Con tristeza, con curiosidad incluso, pero respeto al fin y al cabo.

Quiero pensar que algún día les llegará la madurez para asumir qué les impedía siquiera despedirse.

Mientras tanto yo estoy tranquila, porque mis vías de comunicación están abiertas.

Es lo único que podemos hacer. Mantener la puerta abierta y algún día recibirles sin reproches.

 

El empoderamiento individual lleva al colectivo

El poder de las palabras

¿Te has parado a pensar en el poder de las palabras?

¿Son una mera herramienta de transmisión de información?

¿O verdaderamente tienen  poder propio?

 

Estas palabras las conozco desde hace mucho, desde mi infancia:

 

“Existe el que habla irreflexivamente como con las estocadas de una espada, pero la lengua de los sabios es una curación.” (Salomón-Proverbios 12:18.)

Y uno siempre pensaba que era algo figurativo, que el mensaje tras las palabras hirientes era lo que hacía daño,  y que por el contrario, cuando alguien sabio nos hablaba podía reconfortarnos «el alma» y curarnos en cierto sentido figurado.

Pero resulta que Salomón sin duda era sabio porque ahora la ciencia nos dice que las palabras en sí mismas tienen poder, para dañar o para sanar. Que influyen en nuestras emociones más profundas, en los patrones de nuestro cerebro, a nivel neurobiológico, que influirán en nuestras respuestas futuras a situaciones determinadas.
En el coaching  y en la PNL nos enseñan a cuidar nuestro lenguaje pues puede ser limitante o todo lo contrario.

Oír  ( de nosotros mismos o de otros) la expresión: «no puedes»  puede ser una profecía. Pero del mismo modo, podemos  invertir el proceso y verbalizar lo que queremos conseguir: » puedo…».

Trabajar ese aspecto con uno misma es cuestión de decisión, de empezar y cambiar actitudes.

Críticas

Pero  ¿ y cuando estamos rodeados de personas negativas? ¿qué pasa cuando es nuestro entorno más cercano el que se empeña en ponernos trabas y minarnos la moral?

 

Resolvamos  no escuchar.

Dejarles  que sus palabras lleguen a nuestros oídos es darles ventaja.

Educa a tu entorno y diles con amabilidad pero con firmeza que no te gusta que te hablen así y que no vas a permitir comentarios negativos .
Cambia el rumbo de la conversación preguntando por cualquier otra cosa no relacionada, a ser posible agradable para ambas partes.
Recuerda que las únicas armas que poseen realmente contra ti son palabras, si no las pronuncian no existen.

Y no olvides empezar a practicar el hablar en positivo.

*En el taller Empodérate comparto contigo herramientas para estos y otros casos .

empoderate

 

Hijos felices

Cultiva tu presente. Formación on line con 10 expertos

¿Quieres aprender con los mejores desde la comodidad de tu casa? ¿Nos invitas? Te lo ponemos fácil. Allí donde estés, te ofrecemos posibilidades ilimitadas de crecimiento a través de diez seminarios monográficos con los profesionales especialistas más destacados del momento.

Ahora más que nunca es cuando vamos a marcar la diferencia: abriendo nuevas vías de conocimiento hacia el futuro que, sin duda, nos toca diseñar. Sustituyendo argumentos vacíos por conocimientos evidentes, todo ello con el compromiso de cultivar un presente nuevo que nos permita vivir en plenitud, asumiendo el poder que nos corresponde.

Es el momento de pensar a largo plazo: queremos ir más allá del aprendizaje convencional, queremos profundizar acompañados por los profesionales más entendidos en cada materia; su pasión les ha llevado a lo más alto en su especialidad. Es desde este impulso que se puede transmitir conocimiento realmente, y el resto, recibirlo.

No importa dónde estés. Las nuevas tecnologías nos acercan. Ahora, todos contamos.

Programa     

 
✓ La patologización del cuerpo femenino, con Carme Valls-Llobet (Sábado 28 de septiembre)
✓ Inteligencia doméstica, con Mª del Mar Jiménez Redal (Sábado 26 de octubre)
✓ La vulneración de los derechos de la infancia, con Rosa Jové (Sábado 23 de noviembre)
✓ De pareja a trío, con Mónica Felipe-Larralde (Sábado 14 de diciembre)
✓ La nueva paternidad, con Carlos González (Sábado 18 de enero)
✓ Dormir sin llorar, con Rafaela López (Sábado 8 de febrero)
✓ Empodérate, con Nohemí Hervada (Sábado 15 de marzo)
✓ Sexualidad femenina y cultura, con Mª Jesús Blázquez (Sábado 12 de abril)
✓ Manejo autónomo de las emociones, con Natividad Jiménez (Sábado 17 de mayo)
✓ M(p)aternidades de alto… precio, con Gabriella Bianco (Sábado 14 de junio)
• Cada seminario tiene una duración de tres horas: una hora y cincuenta minutos de intervención de la ponente, diez minutos de descanso, y finalmente una hora de interacción con el público en forma de preguntas y respuestas.
• Puedes inscribirte a la serie completa de diez seminarios a un precio excepcional, o a tantos seminarios sueltos como desees

 

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• Organiza: Editorial OB STARE  |  www.obstare.com
Empoderarse no es eso

Empoderarse no es eso

Algunas personas confunden empoderamiento con rabia o mal humor.

Una mujer empoderada tiene más sentido del humor que ira.

Es más constructiva que demoledora.

Saca de ella misma y de los demás lo mejor, no lo peor.

No se construye nada estable desde el odio.

Empoderarse es ante todo conocerse, aceptarse,saber qué cambiar y sobre todo, gustarse y saber en qué dirección caminar, hacia adelante, porque estar continuamente mirando a los lados es una pérdida de energía tremenda. Energía que una mujer empoderada prefiere enfocar en cosas más positivas y enriquecedoras

Imagen de «El Diablo viste de Prada»

El empoderamiento  que asume roles avasalladores  o que tutorizan a los demás no es empoderamiento.

Es el mismo perro con distinto collar.

Titulitis o profesionalidad

Titulitis o profesionalidad

La RAE  define así el verbo empoderar.

(Del ingl. empower).

1. tr. Hacer poderoso o fuerte a un individuo o grupo social desfavorecido. U. t. c. prnl.

Suelo empezar mi taller Empodérate preguntando  a los participantes si se consideran desfavorecidos.

Es muy interesante observar las respuestas.

No voy a desgranar mi trabajo en el taller, pero os diré que en general tenemos poca conciencia de la realidad que vivimos y de la cantidad de veces que cedemos nuestra autoridad propia a terceros.

Autoridad

Toda nuestra existencia vivimos sometidos a autoridades externas que nos juzgan, opina, deciden, nos etiquetan… Nos enseñan la obediencia como único medio válido de crecer, y el cuestionamiento como algo intrínsiamente negativo.

Ya he escrito mucho en el blog Mimos y Teta sobre el tema de la autoridad que delegamos, sobre todo referido a nuestros hijos. Y no es extraño. ¿Cómo vamos a decidir con autoridad sobre otros si no decidimos con autoridad sobre nosotros mismos?

Ayer conocí por una noticia a Luz Rello y su historia:

Pincha en la imagen para leer la noticia completa

Esta joven investigadora ha recibido el premio al mejor investigador joven de Europa. Lo interesante de su historia es que ha llegado ahí tras un largo historial de suspensos. Ella misma cuenta:

He estado muchos años de mi vida suspendiendo muchísimo,

sentada en una mesa especial para niños fracasados.

Pensé en todas esas veces que juzgamos a otros con unos baremos determinados, que no son otra cosa que clichés o etiquetas que nos dan cierta seguridad porque delegan en terceros la capacidad de análisis.

Entiendo que en ciertas profesiones haya un criterio que garantice que quien practica cierta profesión o actividad cumpla unos requisitos mínimos de conocimiento, experiencia, capacidad, seguridad, legalidad, etc… pero en muchos otros campos, entre los que me muevo, cuando no hay una formación reglada, es curioso ver cómo seguimos queriendo un papel, un «título» decimos que diga que otro avale el trabajo de esa persona.

Parece cuanto menos curioso que en vez de preguntar y analizar el CV propio de una persona, nos fiemos más de una etiqueta o un trozo de papel, que en la mayoría de los casos lo único que garantiza es la asistencia y/o pago  de unos contenidos que alguien pensó que son los necesarios para desempeñar esa función.  A veces hasta desconocemos a la persona o entidad que ofrece ese título, y lo que ha exigido para otorgarlo, lo cual es el colmo de la paradoja.

Y no digo que no sea necesaria la formación para cualquier desempeño… digo que creo que algunas personas necesitan esa formación ordenada y escogida desde fuera, por terceros, y otros prefieren ir a su propio ritmo, según sus intereses, capacidades y aptitudes. Básicamente es el fundamento de la mayoría de los que optamos por el Homeschooling.

La cuestión que me hace reflexionar es la necesidad de etiquetado, cuando precisamente lo increíble del ser humano es la capacidad de inventar formas nuevas de enfrentarse a realidades cambiantes.

Profesiones que un día garantizaron éxito hoy son obsoletas. ¿Alguien fabrica hoy vídeos VHS?  ¿y Beta?… Y muchas profesiones de hoy en día hace sólo una década ni existían.

En mi vida personal los últimos años he vivido  lo que se siente al ser juzgada por no tener un «papelito» … en su momento intentaba explicar cómo lo veía yo,  recuerdo discusiones largas, con amigas intentando hacerles entender lo que yo veía tan claro…

«¿Cómo va alguien en un fin de semana a avalar más lo que soy que mi trabajo de años?

¿Y alguien que llegue desde 0 a ese curso, tras dos días va a saber lo mismo que yo tras  años diarios de práctica propia y enseñanza a otros?

 Porque si nos fiamos de papeles nos van a dar el mismo…»

Yo me negué a entrar en ese juego, por convicción propia, porque confiaba en que algún día tuviéramos el sentido común y juicio necesario para darnos cuenta de qué es lo que hace que alguien esté preparado para desempeñar un rol cualquiera… Y sigo confiando en que somos nosotros mismos los que tenemos que ser sinceros y autoevaluarnos…
Uno sabe cuando es bueno en algo y cuando no. Y si no lo sabe no va a aprender delegando ese autoanálisis en terceros.

Honestidad

La honestidad es un rasgo para mi inseparable de la profesionalidad.

Hoy que yo misma trabajo ofreciendo formación intento transmitir esa idea: yo puedo ofrecer información, formación, recursos, soporte, medios, herramientas, evaluación… pero eso solo garantiza que te adelanto una parte del trabajo. Te resumo lo que yo he tardado muchos años en aprender.
Pero eso es todo lo que Yo hago. El resto: captar, escuchar, asimilar, interiorizar, desarrollar, mejorar… eso es algo individual. NADIE puede hacerlo por ti.

No dejes que nadie te diga que no puedes si tú crees que puedes.

Pero tampoco te creas a quien te diga que eres lo que tú misma sabes que no eres. 

A Luz la calificaron de tonta y no lo era.  Pero en ese momento tampoco era el genio en que se convirtió después, cuando supo exactamente desde dónde partía y encontró la forma en la que ella podía aprender y desarrollar su máximo potencial.

El empoderamiento nunca es desde fuera, no lo olvides.

Siempre del centro hacia fuera

Siempre del centro hacia fuera

empoderate

Nohemí Hervada
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